The Project Gutenberg eBook of La Divina Commedia di Dante: Purgatorio, by Dante Alighieri
Per correr miglior acque alza le vele e canterò di quel secondo regno Ma qui la morta poesì resurga, seguitando il mio canto con quel suono Dolce color d’orïental zaffiro, a li occhi miei ricominciò diletto, Lo bel pianeto che d’amar conforta I’ mi volsi a man destra, e puosi mente Goder pareva ’l ciel di lor fiammelle: Com’ io da loro sguardo fui partito, vidi presso di me un veglio solo, Lunga la barba e di pel bianco mista Li raggi de le quattro luci sante «Chi siete voi che contro al cieco fiume «Chi v’ha guidati, o che vi fu lucerna, Son le leggi d’abisso così rotte? Lo duca mio allor mi diè di piglio, Poscia rispuose lui: «Da me non venni: Ma da ch’è tuo voler che più si spieghi Questi non vide mai l’ultima sera; Sì com’ io dissi, fui mandato ad esso Mostrata ho lui tutta la gente ria; Com’ io l’ho tratto, saria lungo a dirti; Or ti piaccia gradir la sua venuta: Tu ’l sai, ché non ti fu per lei amara Non son li editti etterni per noi guasti, di Marzia tua, che ’n vista ancor ti priega, Lasciane andar per li tuoi sette regni; «Marzïa piacque tanto a li occhi miei Or che di là dal mal fiume dimora, Ma se donna del ciel ti move e regge, Va dunque, e fa che tu costui ricinghe ché non si converria, l’occhio sorpriso Questa isoletta intorno ad imo ad imo, null’ altra pianta che facesse fronda Poscia non sia di qua vostra reddita; Così sparì; e io sù mi levai El cominciò: «Figliuol, segui i miei passi: L’alba vinceva l’ora mattutina Noi andavam per lo solingo piano Quando noi fummo là ’ve la rugiada ambo le mani in su l’erbetta sparte porsi ver’ lui le guance lagrimose; Venimmo poi in sul lito diserto, Quivi mi cinse sì com’ altrui piacque: subitamente là onde l’avelse. Già era ’l sole a l’orizzonte giunto e la notte, che opposita a lui cerchia, sì che le bianche e le vermiglie guance, Noi eravam lunghesso mare ancora, Ed ecco, qual, sorpreso dal mattino, cotal m’apparve, s’io ancor lo veggia, Dal qual com’ io un poco ebbi ritratto Poi d’ogne lato ad esso m’appario Lo mio maestro ancor non facea motto, gridò: «Fa, fa che le ginocchia cali. Vedi che sdegna li argomenti umani, Vedi come l’ha dritte verso ’l cielo, Poi, come più e più verso noi venne ma chinail giuso; e quei sen venne a riva Da poppa stava il celestial nocchiero, ‘In exitu Isräel de Aegypto’ Poi fece il segno lor di santa croce; La turba che rimase lì, selvaggia Da tutte parti saettava il giorno quando la nova gente alzò la fronte E Virgilio rispuose: «Voi credete Dianzi venimmo, innanzi a voi un poco, L’anime, che si fuor di me accorte, E come a messagger che porta ulivo così al viso mio s’affisar quelle Io vidi una di lor trarresi avante Ohi ombre vane, fuor che ne l’aspetto! Di maraviglia, credo, mi dipinsi; Soavemente disse ch’io posasse; Rispuosemi: «Così com’ io t’amai «Casella mio, per tornar altra volta Ed elli a me: «Nessun m’è fatto oltraggio, ché di giusto voler lo suo si face: Ond’ io, ch’era ora a la marina vòlto A quella foce ha elli or dritta l’ala, E io: «Se nuova legge non ti toglie di ciò ti piaccia consolare alquanto ‘Amor che ne la mente mi ragiona’ Lo mio maestro e io e quella gente Noi eravam tutti fissi e attenti qual negligenza, quale stare è questo? Come quando, cogliendo biado o loglio, se cosa appare ond’ elli abbian paura, così vid’ io quella masnada fresca né la nostra partita fu men tosta. Avvegna che la subitana fuga i’ mi ristrinsi a la fida compagna: El mi parea da sé stesso rimorso: Quando li piedi suoi lasciar la fretta, lo ’ntento rallargò, sì come vaga, Lo sol, che dietro fiammeggiava roggio, Io mi volsi dallato con paura e ’l mio conforto: «Perché pur diffidi?», Vespero è già colà dov’ è sepolto Ora, se innanzi a me nulla s’aombra, A sofferir tormenti, caldi e geli Matto è chi spera che nostra ragione State contenti, umana gente, al quia; e disïar vedeste sanza frutto io dico d’Aristotile e di Plato Noi divenimmo intanto a piè del monte; Tra Lerice e Turbìa la più diserta, «Or chi sa da qual man la costa cala», E mentre ch’e’ tenendo ’l viso basso da man sinistra m’apparì una gente «Leva», diss’ io, «maestro, li occhi tuoi: Guardò allora, e con libero piglio Ancora era quel popol di lontano, quando si strinser tutti ai duri massi «O ben finiti, o già spiriti eletti», ditene dove la montagna giace, Come le pecorelle escon del chiuso e ciò che fa la prima, e l’altre fanno, sì vid’ io muovere a venir la testa Come color dinanzi vider rotta restaro, e trasser sé in dietro alquanto, «Sanza vostra domanda io vi confesso Non vi maravigliate, ma credete Così ’l maestro; e quella gente degna E un di loro incominciò: «Chiunque Io mi volsi ver’ lui e guardail fiso: Quand’ io mi fui umilmente disdetto Poi sorridendo disse: «Io son Manfredi, vadi a mia bella figlia, genitrice Poscia ch’io ebbi rotta la persona Orribil furon li peccati miei; Se ’l pastor di Cosenza, che a la caccia l’ossa del corpo mio sarieno ancora Or le bagna la pioggia e move il vento Per lor maladizion sì non si perde, Vero è che quale in contumacia more per ognun tempo ch’elli è stato, trenta, Vedi oggimai se tu mi puoi far lieto, ché qui per quei di là molto s’avanza». Quando per dilettanze o ver per doglie, par ch’a nulla potenza più intenda; E però, quando s’ode cosa o vede ch’altra potenza è quella che l’ascolta, Di ciò ebb’ io esperïenza vera, lo sole, e io non m’era accorto, quando Maggiore aperta molte volte impruna che non era la calla onde salìne Vassi in Sanleo e discendesi in Noli, dico con l’ale snelle e con le piume Noi salavam per entro ’l sasso rotto, Poi che noi fummo in su l’orlo suppremo Ed elli a me: «Nessun tuo passo caggia; Lo sommo er’ alto che vincea la vista, Io era lasso, quando cominciai: «Figliuol mio», disse, «infin quivi ti tira», Sì mi spronaron le parole sue, A seder ci ponemmo ivi ambedui Li occhi prima drizzai ai bassi liti; Ben s’avvide il poeta ch’ïo stava Ond’ elli a me: «Se Castore e Poluce tu vedresti il Zodïaco rubecchio Come ciò sia, se ’l vuoi poter pensare, sì, ch’amendue hanno un solo orizzòn vedrai come a costui convien che vada «Certo, maestro mio,» diss’ io, «unquanco che ’l mezzo cerchio del moto superno, per la ragion che di’, quinci si parte Ma se a te piace, volontier saprei Ed elli a me: «Questa montagna è tale, Però, quand’ ella ti parrà soave allor sarai al fin d’esto sentiero; E com’ elli ebbe sua parola detta, Al suon di lei ciascun di noi si torse, Là ci traemmo; e ivi eran persone E un di lor, che mi sembiava lasso, «O dolce segnor mio», diss’ io, «adocchia Allor si volse a noi e puose mente, Conobbi allor chi era, e quella angoscia ch’a lui fu’ giunto, alzò la testa a pena, Li atti suoi pigri e le corte parole di te omai; ma dimmi: perché assiso Ed elli: «O frate, andar in sù che porta? Prima convien che tanto il ciel m’aggiri se orazïone in prima non m’aita E già il poeta innanzi mi saliva, cuopre la notte già col piè Morrocco». Io era già da quell’ ombre partito, una gridò: «Ve’ che non par che luca Li occhi rivolsi al suon di questo motto, «Perché l’animo tuo tanto s’impiglia», Vien dietro a me, e lascia dir le genti: ché sempre l’omo in cui pensier rampolla Che potea io ridir, se non «Io vegno»? E ’ntanto per la costa di traverso Quando s’accorser ch’i’ non dava loco e due di loro, in forma di messaggi, E ’l mio maestro: «Voi potete andarne Se per veder la sua ombra restaro, Vapori accesi non vid’ io sì tosto che color non tornasser suso in meno; «Questa gente che preme a noi è molta, «O anima che vai per esser lieta Guarda s’alcun di noi unqua vedesti, Noi fummo tutti già per forza morti, sì che, pentendo e perdonando, fora E io: «Perché ne’ vostri visi guati, voi dite, e io farò per quella pace E uno incominciò: «Ciascun si fida Ond’ io, che solo innanzi a li altri parlo, che tu mi sie di tuoi prieghi cortese Quindi fu’ io; ma li profondi fóri là dov’ io più sicuro esser credea: Ma s’io fosse fuggito inver’ la Mira, Corsi al palude, e le cannucce e ’l braco Poi disse un altro: «Deh, se quel disio Io fui di Montefeltro, io son Bonconte; E io a lui: «Qual forza o qual ventura «Oh!», rispuos’ elli, «a piè del Casentino Là ’ve ’l vocabol suo diventa vano, Quivi perdei la vista e la parola; Io dirò vero, e tu ’l ridì tra ’ vivi: Tu te ne porti di costui l’etterno Ben sai come ne l’aere si raccoglie Giunse quel mal voler che pur mal chiede Indi la valle, come ’l dì fu spento, sì che ’l pregno aere in acqua si converse; e come ai rivi grandi si convenne, Lo corpo mio gelato in su la foce ch’i’ fe’ di me quando ’l dolor mi vinse; «Deh, quando tu sarai tornato al mondo «ricorditi di me, che son la Pia; disposando m’avea con la sua gemma». Quando si parte il gioco de la zara, con l’altro se ne va tutta la gente; el non s’arresta, e questo e quello intende; Tal era io in quella turba spessa, Quiv’ era l’Aretin che da le braccia Quivi pregava con le mani sporte Vidi conte Orso e l’anima divisa Pier da la Broccia dico; e qui proveggia, Come libero fui da tutte quante io cominciai: «El par che tu mi nieghi, e questa gente prega pur di questo: Ed elli a me: «La mia scrittura è piana; ché cima di giudicio non s’avvalla e là dov’ io fermai cotesto punto, Veramente a così alto sospetto Non so se ’ntendi: io dico di Beatrice; E io: «Segnore, andiamo a maggior fretta, «Noi anderem con questo giorno innanzi», Prima che sie là sù, tornar vedrai Ma vedi là un’anima che, posta Venimmo a lei: o anima lombarda, Ella non ci dicëa alcuna cosa, Pur Virgilio si trasse a lei, pregando ma di nostro paese e de la vita surse ver’ lui del loco ove pria stava, Ahi serva Italia, di dolore ostello, Quell’ anima gentil fu così presta, e ora in te non stanno sanza guerra Cerca, misera, intorno da le prode Che val perché ti racconciasse il freno Ahi gente che dovresti esser devota, guarda come esta fiera è fatta fella O Alberto tedesco ch’abbandoni giusto giudicio da le stelle caggia Ch’avete tu e ’l tuo padre sofferto, Vieni a veder Montecchi e Cappelletti, Vien, crudel, vieni, e vedi la pressura Vieni a veder la tua Roma che piagne Vieni a veder la gente quanto s’ama! E se licito m’è, o sommo Giove O è preparazion che ne l’abisso Ché le città d’Italia tutte piene Fiorenza mia, ben puoi esser contenta Molti han giustizia in cuore, e tardi scocca Molti rifiutan lo comune incarco; Or ti fa lieta, ché tu hai ben onde: Atene e Lacedemona, che fenno verso di te, che fai tanto sottili Quante volte, del tempo che rimembre, E se ben ti ricordi e vedi lume, ma con dar volta suo dolore scherma. Poscia che l’accoglienze oneste e liete «Anzi che a questo monte fosser volte Io son Virgilio; e per null’ altro rio Qual è colui che cosa innanzi sé tal parve quelli; e poi chinò le ciglia, «O gloria di Latin», disse, «per cui qual merito o qual grazia mi ti mostra? «Per tutt’ i cerchi del dolente regno», Non per far, ma per non fare ho perduto Luogo è là giù non tristo di martìri, Quivi sto io coi pargoli innocenti quivi sto io con quei che le tre sante Ma se tu sai e puoi, alcuno indizio Rispuose: «Loco certo non c’è posto; Ma vedi già come dichina il giorno, Anime sono a destra qua remote; «Com’ è ciò?», fu risposto. «Chi volesse E ’l buon Sordello in terra fregò ’l dito, non però ch’altra cosa desse briga, Ben si poria con lei tornare in giuso Allora il mio segnor, quasi ammirando, Poco allungati c’eravam di lici, «Colà», disse quell’ ombra, «n’anderemo Tra erto e piano era un sentiero schembo, Oro e argento fine, cocco e biacca, da l’erba e da li fior, dentr’ a quel seno Non avea pur natura ivi dipinto, ‘Salve, Regina’ in sul verde e ’n su’ fiori «Prima che ’l poco sole omai s’annidi», Di questo balzo meglio li atti e ’ volti Colui che più siede alto e fa sembianti Rodolfo imperador fu, che potea L’altro che ne la vista lui conforta, Ottacchero ebbe nome, e ne le fasce E quel nasetto che stretto a consiglio guardate là come si batte il petto! Padre e suocero son del mal di Francia: Quel che par sì membruto e che s’accorda, e se re dopo lui fosse rimaso che non si puote dir de l’altre rede; Rade volte risurge per li rami Anche al nasuto vanno mie parole Tant’ è del seme suo minor la pianta, Vedete il re de la semplice vita Quel che più basso tra costor s’atterra, fa pianger Monferrato e Canavese». Era già l’ora che volge il disio e che lo novo peregrin d’amore quand’ io incominciai a render vano Ella giunse e levò ambo le palme, ‘Te lucis ante’ sì devotamente e l’altre poi dolcemente e devote Aguzza qui, lettor, ben li occhi al vero, Io vidi quello essercito gentile e vidi uscir de l’alto e scender giùe Verdi come fogliette pur mo nate L’un poco sovra noi a star si venne, Ben discernëa in lor la testa bionda; «Ambo vegnon del grembo di Maria», Ond’ io, che non sapeva per qual calle, E Sordello anco: «Or avvalliamo omai Solo tre passi credo ch’i’ scendesse, Temp’ era già che l’aere s’annerava, Ver’ me si fece, e io ver’ lui mi fei: Nullo bel salutar tra noi si tacque; «Oh!», diss’ io lui, «per entro i luoghi tristi E come fu la mia risposta udita, L’uno a Virgilio e l’altro a un si volse Poi, vòlto a me: «Per quel singular grado quando sarai di là da le larghe onde, Non credo che la sua madre più m’ami, Per lei assai di lieve si comprende Non le farà sì bella sepultura Così dicea, segnato de la stampa, Li occhi miei ghiotti andavan pur al cielo, E ’l duca mio: «Figliuol, che là sù guarde?». Ond’ elli a me: «Le quattro chiare stelle Com’ ei parlava, e Sordello a sé il trasse Da quella parte onde non ha riparo Tra l’erba e ’ fior venìa la mala striscia, Io non vidi, e però dicer non posso, Sentendo fender l’aere a le verdi ali, L’ombra che s’era al giudice raccolta «Se la lucerna che ti mena in alto cominciò ella, «se novella vera Fui chiamato Currado Malaspina; «Oh!», diss’ io lui, «per li vostri paesi La fama che la vostra casa onora, e io vi giuro, s’io di sopra vada, Uso e natura sì la privilegia, Ed elli: «Or va; che ’l sol non si ricorca che cotesta cortese oppinïone se corso di giudicio non s’arresta». La concubina di Titone antico di gemme la sua fronte era lucente, e la notte, de’ passi con che sale, quand’ io, che meco avea di quel d’Adamo, Ne l’ora che comincia i tristi lai e che la mente nostra, peregrina in sogno mi parea veder sospesa ed esser mi parea là dove fuoro Fra me pensava: ‘Forse questa fiede Poi mi parea che, poi rotata un poco, Ivi parea che ella e io ardesse; Non altrimenti Achille si riscosse, quando la madre da Chirón a Schiro che mi scoss’ io, sì come da la faccia Dallato m’era solo il mio conforto, «Non aver tema», disse il mio segnore; Tu se’ omai al purgatorio giunto: Dianzi, ne l’alba che procede al giorno, venne una donna, e disse: “I’ son Lucia; Sordel rimase e l’altre genti forme; Qui ti posò, ma pria mi dimostraro A guisa d’uom che ’n dubbio si raccerta mi cambia’ io; e come sanza cura Lettor, tu vedi ben com’ io innalzo Noi ci appressammo, ed eravamo in parte vidi una porta, e tre gradi di sotto E come l’occhio più e più v’apersi, e una spada nuda avëa in mano, «Dite costinci: che volete voi?», «Donna del ciel, di queste cose accorta», «Ed ella i passi vostri in bene avanzi», Là ne venimmo; e lo scaglion primaio Era il secondo tinto più che perso, Lo terzo, che di sopra s’ammassiccia, Sovra questo tenëa ambo le piante Per li tre gradi sù di buona voglia Divoto mi gittai a’ santi piedi; Sette P ne la fronte mi descrisse Cenere, o terra che secca si cavi, L’una era d’oro e l’altra era d’argento; «Quandunque l’una d’este chiavi falla, Più cara è l’una; ma l’altra vuol troppa Da Pier le tegno; e dissemi ch’i’ erri Poi pinse l’uscio a la porta sacrata, E quando fuor ne’ cardini distorti non rugghiò sì né si mostrò sì acra Io mi rivolsi attento al primo tuono, Tale imagine a punto mi rendea ch’or sì or no s’intendon le parole. Poi fummo dentro al soglio de la porta sonando la senti’ esser richiusa; Noi salavam per una pietra fessa, «Qui si conviene usare un poco d’arte», E questo fece i nostri passi scarsi, che noi fossimo fuor di quella cruna; ïo stancato e amendue incerti Da la sua sponda, ove confina il vano, e quanto l’occhio mio potea trar d’ale, Là sù non eran mossi i piè nostri anco, esser di marmo candido e addorno L’angel che venne in terra col decreto dinanzi a noi pareva sì verace Giurato si saria ch’el dicesse ‘Ave!’; e avea in atto impressa esta favella «Non tener pur ad un loco la mente», Per ch’i’ mi mossi col viso, e vedea un’altra storia ne la roccia imposta; Era intagliato lì nel marmo stesso Dinanzi parea gente; e tutta quanta, Similemente al fummo de li ’ncensi Lì precedeva al benedetto vaso, Di contra, effigïata ad una vista I’ mossi i piè del loco dov’ io stava, Quiv’ era storïata l’alta gloria i’ dico di Traiano imperadore; Intorno a lui parea calcato e pieno La miserella intra tutti costoro ed elli a lei rispondere: «Or aspetta «se tu non torni?»; ed ei: «Chi fia dov’ io, ond’ elli: «Or ti conforta; ch’ei convene Colui che mai non vide cosa nova Mentr’ io mi dilettava di guardare «Ecco di qua, ma fanno i passi radi», Li occhi miei, ch’a mirare eran contenti Non vo’ però, lettor, che tu ti smaghi Non attender la forma del martìre: Io cominciai: «Maestro, quel ch’io veggio Ed elli a me: «La grave condizione Ma guarda fiso là, e disviticchia O superbi cristian, miseri lassi, non v’accorgete voi che noi siam vermi Di che l’animo vostro in alto galla, Come per sostentar solaio o tetto, la qual fa del non ver vera rancura Vero è che più e meno eran contratti piangendo parea dicer: ‘Più non posso’. «O Padre nostro, che ne’ cieli stai, laudato sia ’l tuo nome e ’l tuo valore Vegna ver’ noi la pace del tuo regno, Come del suo voler li angeli tuoi Dà oggi a noi la cotidiana manna, E come noi lo mal ch’avem sofferto Nostra virtù che di legger s’adona, Quest’ ultima preghiera, segnor caro, Così a sé e noi buona ramogna disparmente angosciate tutte a tondo Se di là sempre ben per noi si dice, Ben si de’ loro atar lavar le note «Deh, se giustizia e pietà vi disgrievi mostrate da qual mano inver’ la scala ché questi che vien meco, per lo ’ncarco Le lor parole, che rendero a queste ma fu detto: «A man destra per la riva E s’io non fossi impedito dal sasso cotesti, ch’ancor vive e non si noma, Io fui latino e nato d’un gran Tosco: L’antico sangue e l’opere leggiadre ogn’ uomo ebbi in despetto tanto avante, Io sono Omberto; e non pur a me danno E qui convien ch’io questo peso porti Ascoltando chinai in giù la faccia; e videmi e conobbemi e chiamava, «Oh!», diss’ io lui, «non se’ tu Oderisi, «Frate», diss’ elli, «più ridon le carte Ben non sare’ io stato sì cortese Di tal superbia qui si paga il fio; Oh vana gloria de l’umane posse! Credette Cimabue ne la pittura Così ha tolto l’uno a l’altro Guido Non è il mondan romore altro ch’un fiato Che voce avrai tu più, se vecchia scindi pria che passin mill’ anni? ch’è più corto Colui che del cammin sì poco piglia ond’ era sire quando fu distrutta La vostra nominanza è color d’erba, E io a lui: «Tuo vero dir m’incora «Quelli è», rispuose, «Provenzan Salvani; Ito è così e va, sanza riposo, E io: «Se quello spirito ch’attende, se buona orazïon lui non aita, «Quando vivea più glorïoso», disse, e lì, per trar l’amico suo di pena, Più non dirò, e scuro so che parlo; Quest’ opera li tolse quei confini». Di pari, come buoi che vanno a giogo, Ma quando disse: «Lascia lui e varca; dritto sì come andar vuolsi rife’mi Io m’era mosso, e seguia volontieri ed el mi disse: «Volgi li occhi in giùe: Come, perché di lor memoria sia, onde lì molte volte si ripiagne sì vid’ io lì, ma di miglior sembianza Vedea colui che fu nobil creato Vedëa Brïareo fitto dal telo Vedea Timbreo, vedea Pallade e Marte, Vedea Nembròt a piè del gran lavoro O Nïobè, con che occhi dolenti O Saùl, come in su la propria spada O folle Aragne, sì vedea io te O Roboàm, già non par che minacci Mostrava ancor lo duro pavimento Mostrava come i figli si gittaro Mostrava la ruina e ’l crudo scempio Mostrava come in rotta si fuggiro Vedeva Troia in cenere e in caverne; Qual di pennel fu maestro o di stile Morti li morti e i vivi parean vivi: Or superbite, e via col viso altero, Più era già per noi del monte vòlto quando colui che sempre innanzi atteso Vedi colà un angel che s’appresta Di reverenza il viso e li atti addorna, Io era ben del suo ammonir uso A noi venìa la creatura bella, Le braccia aperse, e indi aperse l’ale; A questo invito vegnon molto radi: Menocci ove la roccia era tagliata; Come a man destra, per salire al monte si rompe del montar l’ardita foga così s’allenta la ripa che cade Noi volgendo ivi le nostre persone, Ahi quanto son diverse quelle foci Già montavam su per li scaglion santi, Ond’ io: «Maestro, dì, qual cosa greve Rispuose: «Quando i P che son rimasi fier li tuoi piè dal buon voler sì vinti, Allor fec’ io come color che vanno per che la mano ad accertar s’aiuta, e con le dita de la destra scempie a che guardando, il mio duca sorrise. Noi eravamo al sommo de la scala, Ivi così una cornice lega Ombra non lì è né segno che si paia: «Se qui per dimandar gente s’aspetta», Poi fisamente al sole li occhi porse; «O dolce lume a cui fidanza i’ entro Tu scaldi il mondo, tu sovr’ esso luci; Quanto di qua per un migliaio si conta, e verso noi volar furon sentiti, La prima voce che passò volando E prima che del tutto non si udisse «Oh!», diss’ io, «padre, che voci son queste?». E ’l buon maestro: «Questo cinghio sferza Lo fren vuol esser del contrario suono; Ma ficca li occhi per l’aere ben fiso, Allora più che prima li occhi apersi; E poi che fummo un poco più avanti, Non credo che per terra vada ancoi ché, quando fui sì presso di lor giunto, Di vil ciliccio mi parean coperti, Così li ciechi a cui la roba falla, perché ’n altrui pietà tosto si pogna, E come a li orbi non approda il sole, ché a tutti un fil di ferro i cigli fóra A me pareva, andando, fare oltraggio, Ben sapev’ ei che volea dir lo muto; Virgilio mi venìa da quella banda da l’altra parte m’eran le divote Volsimi a loro e: «O gente sicura», se tosto grazia resolva le schiume ditemi, ché mi fia grazioso e caro, «O frate mio, ciascuna è cittadina Questo mi parve per risposta udire Tra l’altre vidi un’ombra ch’aspettava «Spirto», diss’ io, «che per salir ti dome, «Io fui sanese», rispuose, «e con questi Savia non fui, avvegna che Sapìa E perché tu non creda ch’io t’inganni, Eran li cittadin miei presso a Colle Rotti fuor quivi e vòlti ne li amari tanto ch’io volsi in sù l’ardita faccia, Pace volli con Dio in su lo stremo se ciò non fosse, ch’a memoria m’ebbe Ma tu chi se’, che nostre condizioni «Li occhi», diss’ io, «mi fieno ancor qui tolti, Troppa è più la paura ond’ è sospesa Ed ella a me: «Chi t’ha dunque condotto E vivo sono; e però mi richiedi, «Oh, questa è a udir sì cosa nuova», E cheggioti, per quel che tu più brami, Tu li vedrai tra quella gente vana ma più vi perderanno li ammiragli». «Chi è costui che ’l nostro monte cerchia «Non so chi sia, ma so ch’e’ non è solo; Così due spirti, l’uno a l’altro chini, e disse l’uno: «O anima che fitta onde vieni e chi se’; ché tu ne fai E io: «Per mezza Toscana si spazia Di sovr’ esso rech’ io questa persona: «Se ben lo ’ntendimento tuo accarno E l’altro disse lui: «Perché nascose E l’ombra che di ciò domandata era, ché dal principio suo, ov’ è sì pregno infin là ’ve si rende per ristoro vertù così per nimica si fuga ond’ hanno sì mutata lor natura Tra brutti porci, più degni di galle Botoli trova poi, venendo giuso, Vassi caggendo; e quant’ ella più ’ngrossa, Discesa poi per più pelaghi cupi, Né lascerò di dir perch’ altri m’oda; Io veggio tuo nepote che diventa Vende la carne loro essendo viva; Sanguinoso esce de la trista selva; Com’ a l’annunzio di dogliosi danni così vid’ io l’altr’ anima, che volta Lo dir de l’una e de l’altra la vista per che lo spirto che di pria parlòmi Ma da che Dio in te vuol che traluca Fu il sangue mio d’invidia sì rïarso, Di mia semente cotal paglia mieto; Questi è Rinier; questi è ’l pregio e l’onore E non pur lo suo sangue è fatto brullo, ché dentro a questi termini è ripieno Ov’ è ’l buon Lizio e Arrigo Mainardi? Quando in Bologna un Fabbro si ralligna? Non ti maravigliar s’io piango, Tosco, Federigo Tignoso e sua brigata, le donne e ’ cavalier, li affanni e li agi O Bretinoro, ché non fuggi via, Ben fa Bagnacaval, che non rifiglia; Ben faranno i Pagan, da che ’l demonio O Ugolin de’ Fantolin, sicuro Ma va via, Tosco, omai; ch’or mi diletta Noi sapavam che quell’ anime care Poi fummo fatti soli procedendo, ‘Anciderammi qualunque m’apprende’; Come da lei l’udir nostro ebbe triegua, «Io sono Aglauro che divenni sasso»; Già era l’aura d’ogne parte queta; Ma voi prendete l’esca, sì che l’amo Chiamavi ’l cielo e ’ntorno vi si gira, onde vi batte chi tutto discerne». Quanto tra l’ultimar de l’ora terza tanto pareva già inver’ la sera E i raggi ne ferien per mezzo ’l naso, quand’ io senti’ a me gravar la fronte ond’ io levai le mani inver’ la cima Come quando da l’acqua o da lo specchio a quel che scende, e tanto si diparte così mi parve da luce rifratta «Che è quel, dolce padre, a che non posso «Non ti maravigliar s’ancor t’abbaglia Tosto sarà ch’a veder queste cose Poi giunti fummo a l’angel benedetto, Noi montavam, già partiti di linci, Lo mio maestro e io soli amendue e dirizza’mi a lui sì dimandando: Per ch’elli a me: «Di sua maggior magagna Perché s’appuntano i vostri disiri Ma se l’amor de la spera supprema ché, per quanti si dice più lì ‘nostro’, «Io son d’esser contento più digiuno», Com’ esser puote ch’un ben, distributo Ed elli a me: «Però che tu rificchi Quello infinito e ineffabil bene Tanto si dà quanto trova d’ardore; E quanta gente più là sù s’intende, E se la mia ragion non ti disfama, Procaccia pur che tosto sieno spente, Com’ io voleva dicer ‘Tu m’appaghe’, Ivi mi parve in una visïone e una donna, in su l’entrar, con atto Ecco, dolenti, lo tuo padre e io Indi m’apparve un’altra con quell’ acque e dir: «Se tu se’ sire de la villa vendica te di quelle braccia ardite risponder lei con viso temperato: Poi vidi genti accese in foco d’ira E lui vedea chinarsi, per la morte orando a l’alto Sire, in tanta guerra, Quando l’anima mia tornò di fori Lo duca mio, che mi potea vedere ma se’ venuto più che mezza lega «O dolce padre mio, se tu m’ascolte, Ed ei: «Se tu avessi cento larve Ciò che vedesti fu perché non scuse Non dimandai “Che hai?” per quel che face ma dimandai per darti forza al piede: Noi andavam per lo vespero, attenti Ed ecco a poco a poco un fummo farsi Questo ne tolse li occhi e l’aere puro. Buio d’inferno e di notte privata non fece al viso mio sì grosso velo che l’occhio stare aperto non sofferse; Sì come cieco va dietro a sua guida m’andava io per l’aere amaro e sozzo, Io sentia voci, e ciascuna pareva Pur ‘Agnus Dei’ eran le loro essordia; «Quei sono spirti, maestro, ch’i’ odo?», «Or tu chi se’ che ’l nostro fummo fendi, Così per una voce detto fue; E io: «O creatura che ti mondi «Io ti seguiterò quanto mi lece», Allora incominciai: «Con quella fascia E se Dio m’ha in sua grazia rinchiuso, non mi celar chi fosti anzi la morte, «Lombardo fui, e fu’ chiamato Marco; Per montar sù dirittamente vai». E io a lui: «Per fede mi ti lego Prima era scempio, e ora è fatto doppio Lo mondo è ben così tutto diserto ma priego che m’addite la cagione, Alto sospir, che duolo strinse in «uhi!», Voi che vivete ogne cagion recate Se così fosse, in voi fora distrutto Lo cielo i vostri movimenti inizia; e libero voler; che, se fatica A maggior forza e a miglior natura Però, se ’l mondo presente disvia, Esce di mano a lui che la vagheggia l’anima semplicetta che sa nulla, Di picciol bene in pria sente sapore; Onde convenne legge per fren porre; Le leggi son, ma chi pon mano ad esse? per che la gente, che sua guida vede Ben puoi veder che la mala condotta Soleva Roma, che ’l buon mondo feo, L’un l’altro ha spento; ed è giunta la spada però che, giunti, l’un l’altro non teme: In sul paese ch’Adice e Po riga, or può sicuramente indi passarsi Ben v’èn tre vecchi ancora in cui rampogna Currado da Palazzo e ’l buon Gherardo Dì oggimai che la Chiesa di Roma, «O Marco mio», diss’ io, «bene argomenti; Ma qual Gherardo è quel che tu per saggio «O tuo parlar m’inganna, o el mi tenta», Per altro sopranome io nol conosco, Vedi l’albor che per lo fummo raia Così tornò, e più non volle udirmi. Ricorditi, lettor, se mai ne l’alpe come, quando i vapori umidi e spessi e fia la tua imagine leggera Sì, pareggiando i miei co’ passi fidi O imaginativa che ne rube chi move te, se ’l senso non ti porge? De l’empiezza di lei che mutò forma e qui fu la mia mente sì ristretta Poi piovve dentro a l’alta fantasia intorno ad esso era il grande Assüero, E come questa imagine rompeo surse in mia visïone una fanciulla Ancisa t’hai per non perder Lavina; Come si frange il sonno ove di butto così l’imaginar mio cadde giuso I’ mi volgea per veder ov’ io fosse, e fece la mia voglia tanto pronta Ma come al sol che nostra vista grava «Questo è divino spirito, che ne la Sì fa con noi, come l’uom si fa sego; Or accordiamo a tanto invito il piede; Così disse il mio duca, e io con lui senti’mi presso quasi un muover d’ala Già eran sovra noi tanto levati ‘O virtù mia, perché sì ti dilegue?’, Noi eravam dove più non saliva E io attesi un poco, s’io udissi «Dolce mio padre, dì, quale offensione Ed elli a me: «L’amor del bene, scemo Ma perché più aperto intendi ancora, «Né creator né creatura mai», Lo naturale è sempre sanza errore, Mentre ch’elli è nel primo ben diretto, ma quando al mal si torce, o con più cura Quinci comprender puoi ch’esser convene Or, perché mai non può da la salute e perché intender non si può diviso, Resta, se dividendo bene stimo, È chi, per esser suo vicin soppresso, è chi podere, grazia, onore e fama ed è chi per ingiuria par ch’aonti, Questo triforme amor qua giù di sotto Ciascun confusamente un bene apprende Se lento amore a lui veder vi tira Altro ben è che non fa l’uom felice; L’amor ch’ad esso troppo s’abbandona, tacciolo, acciò che tu per te ne cerchi». Posto avea fine al suo ragionamento e io, cui nova sete ancor frugava, Ma quel padre verace, che s’accorse Ond’ io: «Maestro, il mio veder s’avviva Però ti prego, dolce padre caro, «Drizza», disse, «ver’ me l’agute luci L’animo, ch’è creato ad amar presto, Vostra apprensiva da esser verace e se, rivolto, inver’ di lei si piega, Poi, come ’l foco movesi in altura così l’animo preso entra in disire, Or ti puote apparer quant’ è nascosa però che forse appar la sua matera «Le tue parole e ’l mio seguace ingegno», ché, s’amore è di fuori a noi offerto Ed elli a me: «Quanto ragion qui vede, Ogne forma sustanzïal, che setta la qual sanza operar non è sentita, Però, là onde vegna lo ’ntelletto che sono in voi sì come studio in ape Or perché a questa ogn’ altra si raccoglia, Quest’ è ’l principio là onde si piglia Color che ragionando andaro al fondo, Onde, poniam che di necessitate La nobile virtù Beatrice intende La luna, quasi a mezza notte tarda, e correa contro ’l ciel per quelle strade E quell’ ombra gentil per cui si noma per ch’io, che la ragione aperta e piana Ma questa sonnolenza mi fu tolta E quale Ismeno già vide e Asopo cotal per quel giron suo passo falca, Tosto fur sovr’ a noi, perché correndo «Maria corse con fretta a la montagna; «Ratto, ratto, che ’l tempo non si perda «O gente in cui fervore aguto adesso questi che vive, e certo i’ non vi bugio, Parole furon queste del mio duca; Noi siam di voglia a muoverci sì pieni, Io fui abate in San Zeno a Verona E tale ha già l’un piè dentro la fossa, perché suo figlio, mal del corpo intero, Io non so se più disse o s’ei si tacque, E quei che m’era ad ogne uopo soccorso Di retro a tutti dicean: «Prima fue E quella che l’affanno non sofferse Poi quando fuor da noi tanto divise del qual più altri nacquero e diversi; e ’l pensamento in sogno trasmutai. Ne l’ora che non può ’l calor dïurno —quando i geomanti lor Maggior Fortuna mi venne in sogno una femmina balba, Io la mirava; e come ’l sol conforta la lingua, e poscia tutta la drizzava Poi ch’ell’ avea ’l parlar così disciolto, «Io son», cantava, «io son dolce serena, Io volsi Ulisse del suo cammin vago Ancor non era sua bocca richiusa, «O Virgilio, Virgilio, chi è questa?», L’altra prendea, e dinanzi l’apria Io mossi li occhi, e ’l buon maestro: «Almen tre Sù mi levai, e tutti eran già pieni Seguendo lui, portava la mia fronte quand’ io udi’ «Venite; qui si varca» Con l’ali aperte, che parean di cigno, Mosse le penne poi e ventilonne, «Che hai che pur inver’ la terra guati?», E io: «Con tanta sospeccion fa irmi «Vedesti», disse, «quell’antica strega Bastiti, e batti a terra le calcagne; Quale ’l falcon, che prima a’ pié si mira, tal mi fec’ io; e tal, quanto si fende Com’ io nel quinto giro fui dischiuso, ‘Adhaesit pavimento anima mea’ «O eletti di Dio, li cui soffriri «Se voi venite dal giacer sicuri, Così pregò ’l poeta, e sì risposto e volsi li occhi a li occhi al segnor mio: Poi ch’io potei di me fare a mio senno, dicendo: «Spirto in cui pianger matura Chi fosti e perché vòlti avete i dossi Ed elli a me: «Perché i nostri diretri Intra Sïestri e Chiaveri s’adima Un mese e poco più prova’ io come La mia conversïone, omè!, fu tarda; Vidi che lì non s’acquetava il core, Fino a quel punto misera e partita Quel ch’avarizia fa, qui si dichiara Sì come l’occhio nostro non s’aderse Come avarizia spense a ciascun bene ne’ piedi e ne le man legati e presi; Io m’era inginocchiato e volea dire; «Qual cagion», disse, «in giù così ti torse?». «Drizza le gambe, lèvati sù, frate!», Se mai quel santo evangelico suono Vattene omai: non vo’ che più t’arresti; Nepote ho io di là c’ha nome Alagia, e questa sola di là m’è rimasa». Contra miglior voler voler mal pugna; Mossimi; e ’l duca mio si mosse per li ché la gente che fonde a goccia a goccia Maladetta sie tu, antica lupa, O ciel, nel cui girar par che si creda Noi andavam con passi lenti e scarsi, e per ventura udi’ «Dolce Maria!» e seguitar: «Povera fosti tanto, Seguentemente intesi: «O buon Fabrizio, Queste parole m’eran sì piaciute, Esso parlava ancor de la larghezza «O anima che tanto ben favelle, Non fia sanza mercé la tua parola, Ed elli: «Io ti dirò, non per conforto Io fui radice de la mala pianta Ma se Doagio, Lilla, Guanto e Bruggia Chiamato fui di là Ugo Ciappetta; Figliuol fu’ io d’un beccaio di Parigi: trova’mi stretto ne le mani il freno ch’a la corona vedova promossa Mentre che la gran dota provenzale Lì cominciò con forza e con menzogna Carlo venne in Italia e, per ammenda, Tempo vegg’ io, non molto dopo ancoi, Sanz’ arme n’esce e solo con la lancia Quindi non terra, ma peccato e onta L’altro, che già uscì preso di nave, O avarizia, che puoi tu più farne, Perché men paia il mal futuro e ’l fatto, Veggiolo un’altra volta esser deriso; Veggio il novo Pilato sì crudele, O Segnor mio, quando sarò io lieto Ciò ch’io dicea di quell’ unica sposa tanto è risposto a tutte nostre prece Noi repetiam Pigmalïon allotta, e la miseria de l’avaro Mida, Del folle Acàn ciascun poi si ricorda, Indi accusiam col marito Saffira; Polinestòr ch’ancise Polidoro; Talor parla l’uno alto e l’altro basso, però al ben che ’l dì ci si ragiona, Noi eravam partiti già da esso, quand’ io senti’, come cosa che cada, Certo non si scoteo sì forte Delo, Poi cominciò da tutte parti un grido ‘Glorïa in excelsis’ tutti ‘Deo’ No’ istavamo immobili e sospesi Poi ripigliammo nostro cammin santo, Nulla ignoranza mai con tanta guerra quanta pareami allor, pensando, avere; così m’andava timido e pensoso. La sete natural che mai non sazia mi travagliava, e pungeami la fretta Ed ecco, sì come ne scrive Luca ci apparve un’ombra, e dietro a noi venìa, dicendo: «O frati miei, Dio vi dea pace». Poi cominciò: «Nel beato concilio «Come!», diss’ elli, e parte andavam forte: E ’l dottor mio: «Se tu riguardi a’ segni Ma perché lei che dì e notte fila l’anima sua, ch’è tua e mia serocchia, Ond’ io fui tratto fuor de l’ampia gola Ma dimmi, se tu sai, perché tai crolli Sì mi diè, dimandando, per la cruna Quei cominciò: «Cosa non è che sanza Libero è qui da ogne alterazione: Per che non pioggia, non grando, non neve, nuvole spesse non paion né rade, secco vapor non surge più avante Trema forse più giù poco o assai; Tremaci quando alcuna anima monda De la mondizia sol voler fa prova, Prima vuol ben, ma non lascia il talento E io, che son giaciuto a questa doglia però sentisti il tremoto e li pii Così ne disse; e però ch’el si gode E ’l savio duca: «Omai veggio la rete Ora chi fosti, piacciati ch’io sappia, «Nel tempo che ’l buon Tito, con l’aiuto col nome che più dura e più onora Tanto fu dolce mio vocale spirto, Stazio la gente ancor di là mi noma: Al mio ardor fuor seme le faville, de l’Eneïda dico, la qual mamma E per esser vivuto di là quando Volser Virgilio a me queste parole ché riso e pianto son tanto seguaci Io pur sorrisi come l’uom ch’ammicca; e «Se tanto labore in bene assommi», Or son io d’una parte e d’altra preso: dal mio maestro, e «Non aver paura», Ond’ io: «Forse che tu ti maravigli, Questi che guida in alto li occhi miei, Se cagion altra al mio rider credesti, Già s’inchinava ad abbracciar li piedi Ed ei surgendo: «Or puoi la quantitate trattando l’ombre come cosa salda». Già era l’angel dietro a noi rimaso, e quei c’hanno a giustizia lor disiro E io più lieve che per l’altre foci quando Virgilio incominciò: «Amore, onde da l’ora che tra noi discese mia benvoglienza inverso te fu quale Ma dimmi, e come amico mi perdona come poté trovar dentro al tuo seno Queste parole Stazio mover fenno Veramente più volte appaion cose La tua dimanda tuo creder m’avvera Or sappi ch’avarizia fu partita E se non fosse ch’io drizzai mia cura, ‘Per che non reggi tu, o sacra fame Allor m’accorsi che troppo aprir l’ali Quanti risurgeran coi crini scemi E sappie che la colpa che rimbecca però, s’io son tra quella gente stato «Or quando tu cantasti le crude armi «per quello che Clïò teco lì tasta, Se così è, qual sole o quai candele Ed elli a lui: «Tu prima m’invïasti Facesti come quei che va di notte, quando dicesti: ‘Secol si rinova; Per te poeta fui, per te cristiano: Già era ’l mondo tutto quanto pregno e la parola tua sopra toccata Vennermi poi parendo tanto santi, e mentre che di là per me si stette, E pria ch’io conducessi i Greci a’ fiumi lungamente mostrando paganesmo; Tu dunque, che levato hai il coperchio dimmi dov’ è Terrenzio nostro antico, «Costoro e Persio e io e altri assai», nel primo cinghio del carcere cieco; Euripide v’è nosco e Antifonte, Quivi si veggion de le genti tue Védeisi quella che mostrò Langia; Tacevansi ambedue già li poeti, e già le quattro ancelle eran del giorno quando il mio duca: «Io credo ch’a lo stremo Così l’usanza fu lì nostra insegna, Elli givan dinanzi, e io soletto Ma tosto ruppe le dolci ragioni e come abete in alto si digrada Dal lato onde ’l cammin nostro era chiuso, Li due poeti a l’alber s’appressaro; Poi disse: «Più pensava Maria onde E le Romane antiche, per lor bere, Lo secol primo, quant’ oro fu bello, Mele e locuste furon le vivande quanto per lo Vangelio v’è aperto». Mentre che li occhi per la fronda verde lo più che padre mi dicea: «Figliuole, Io volsi ’l viso, e ’l passo non men tosto, Ed ecco piangere e cantar s’udìe «O dolce padre, che è quel ch’i’ odo?», Sì come i peregrin pensosi fanno, così di retro a noi, più tosto mota, Ne li occhi era ciascuna oscura e cava, Non credo che così a buccia strema Io dicea fra me stesso pensando: ‘Ecco Parean l’occhiaie anella sanza gemme: Chi crederebbe che l’odor d’un pomo Già era in ammirar che sì li affama, ed ecco del profondo de la testa Mai non l’avrei riconosciuto al viso; Questa favilla tutta mi raccese «Deh, non contendere a l’asciutta scabbia ma dimmi il ver di te, dì chi son quelle «La faccia tua, ch’io lagrimai già morta, Però mi dì, per Dio, che sì vi sfoglia; Ed elli a me: «De l’etterno consiglio Tutta esta gente che piangendo canta Di bere e di mangiar n’accende cura E non pur una volta, questo spazzo ché quella voglia a li alberi ci mena E io a lui: «Forese, da quel dì Se prima fu la possa in te finita come se’ tu qua sù venuto ancora? Ond’ elli a me: «Sì tosto m’ha condotto Con suoi prieghi devoti e con sospiri Tanto è a Dio più cara e più diletta ché la Barbagia di Sardigna assai O dolce frate, che vuo’ tu ch’io dica? nel qual sarà in pergamo interdetto Quai barbare fuor mai, quai saracine, Ma se le svergognate fosser certe ché, se l’antiveder qui non m’inganna, Deh, frate, or fa che più non mi ti celi! Per ch’io a lui: «Se tu riduci a mente Di quella vita mi volse costui e ’l sol mostrai; «costui per la profonda Indi m’han tratto sù li suoi conforti, Tanto dice di farmi sua compagna Virgilio è questi che così mi dice», lo vostro regno, che da sé lo sgombra». Né ’l dir l’andar, né l’andar lui più lento e l’ombre, che parean cose rimorte, E io, continüando al mio sermone, Ma dimmi, se tu sai, dov’ è Piccarda; «La mia sorella, che tra bella e buona Sì disse prima; e poi: «Qui non si vieta Questi», e mostrò col dito, «è Bonagiunta, ebbe la Santa Chiesa in le sue braccia: Molti altri mi nomò ad uno ad uno; Vidi per fame a vòto usar li denti Vidi messer Marchese, ch’ebbe spazio Ma come fa chi guarda e poi s’apprezza El mormorava; e non so che «Gentucca» «O anima», diss’ io, «che par sì vaga «Femmina è nata, e non porta ancor benda», Tu te n’andrai con questo antivedere: Ma dì s’i’ veggio qui colui che fore E io a lui: «I’ mi son un che, quando «O frate, issa vegg’ io», diss’ elli, «il nodo Io veggio ben come le vostre penne e qual più a gradire oltre si mette, Come li augei che vernan lungo ’l Nilo, così tutta la gente che lì era, E come l’uom che di trottare è lasso, sì lasciò trapassar la santa greggia «Non so», rispuos’ io lui, «quant’ io mi viva; però che ’l loco u’ fui a viver posto, «Or va», diss’ el; «che quei che più n’ha colpa, La bestia ad ogne passo va più ratto, Non hanno molto a volger quelle ruote», Tu ti rimani omai; ché ’l tempo è caro Qual esce alcuna volta di gualoppo tal si partì da noi con maggior valchi; E quando innanzi a noi intrato fue, parvermi i rami gravidi e vivaci Vidi gente sott’ esso alzar le mani che pregano, e ’l pregato non risponde, Poi si partì sì come ricreduta; «Trapassate oltre sanza farvi presso: Sì tra le frasche non so chi diceva; «Ricordivi», dicea, «d’i maladetti e de li Ebrei ch’al ber si mostrar molli, Sì accostati a l’un d’i due vivagni Poi, rallargati per la strada sola, «Che andate pensando sì voi sol tre?». Drizzai la testa per veder chi fossi; com’ io vidi un che dicea: «S’a voi piace L’aspetto suo m’avea la vista tolta; E quale, annunziatrice de li albori, tal mi senti’ un vento dar per mezza E senti’ dir: «Beati cui alluma esurïendo sempre quanto è giusto!». Ora era onde ’l salir non volea storpio; per che, come fa l’uom che non s’affigge così intrammo noi per la callaia, E quale il cicognin che leva l’ala tal era io con voglia accesa e spenta Non lasciò, per l’andar che fosse ratto, Allor sicuramente apri’ la bocca «Se t’ammentassi come Meleagro e se pensassi come, al vostro guizzo, Ma perché dentro a tuo voler t’adage, «Se la veduta etterna li dislego», Poi cominciò: «Se le parole mie, Sangue perfetto, che poi non si beve prende nel core a tutte membra umane Ancor digesto, scende ov’ è più bello Ivi s’accoglie l’uno e l’altro insieme, e, giunto lui, comincia ad operare Anima fatta la virtute attiva tanto ovra poi, che già si move e sente, Or si spiega, figliuolo, or si distende Ma come d’animal divegna fante, sì che per sua dottrina fé disgiunto Apri a la verità che viene il petto; lo motor primo a lui si volge lieto che ciò che trova attivo quivi, tira E perché meno ammiri la parola, Quando Làchesis non ha più del lino, l’altre potenze tutte quante mute; Sanza restarsi, per sé stessa cade Tosto che loco lì la circunscrive, E come l’aere, quand’ è ben pïorno, così l’aere vicin quivi si mette e simigliante poi a la fiammella Però che quindi ha poscia sua paruta, Quindi parliamo e quindi ridiam noi; Secondo che ci affliggono i disiri E già venuto a l’ultima tortura Quivi la ripa fiamma in fuor balestra, ond’ ir ne convenia dal lato schiuso Lo duca mio dicea: «Per questo loco ‘Summae Deus clementïae’ nel seno e vidi spirti per la fiamma andando; Appresso il fine ch’a quell’ inno fassi, Finitolo, anco gridavano: «Al bosco Indi al cantar tornavano; indi donne E questo modo credo che lor basti che la piaga da sezzo si ricuscia. Mentre che sì per l’orlo, uno innanzi altro, feriami il sole in su l’omero destro, e io facea con l’ombra più rovente Questa fu la cagion che diede inizio poi verso me, quanto potëan farsi, «O tu che vai, non per esser più tardo, Né solo a me la tua risposta è uopo; Dinne com’ è che fai di te parete Sì mi parlava un d’essi; e io mi fora ché per lo mezzo del cammino acceso Lì veggio d’ogne parte farsi presta così per entro loro schiera bruna Tosto che parton l’accoglienza amica, la nova gente: «Soddoma e Gomorra»; Poi, come grue ch’a le montagne Rife l’una gente sen va, l’altra sen vene; e raccostansi a me, come davanti, Io, che due volte avea visto lor grato, non son rimase acerbe né mature Quinci sù vo per non esser più cieco; Ma se la vostra maggior voglia sazia ditemi, acciò ch’ancor carte ne verghi, Non altrimenti stupido si turba che ciascun’ ombra fece in sua paruta; «Beato te, che de le nostre marche», La gente che non vien con noi, offese però si parton “Soddoma” gridando, Nostro peccato fu ermafrodito; in obbrobrio di noi, per noi si legge, Or sai nostri atti e di che fummo rei: Farotti ben di me volere scemo: Quali ne la tristizia di Ligurgo quand’ io odo nomar sé stesso il padre e sanza udire e dir pensoso andai Poi che di riguardar pasciuto fui, Ed elli a me: «Tu lasci tal vestigio, Ma se le tue parole or ver giuraro, E io a lui: «Li dolci detti vostri, «O frate», disse, «questi ch’io ti cerno Versi d’amore e prose di romanzi A voce più ch’al ver drizzan li volti, Così fer molti antichi di Guittone, Or se tu hai sì ampio privilegio, falli per me un dir d’un paternostro, Poi, forse per dar luogo altrui secondo Io mi fei al mostrato innanzi un poco, El cominciò liberamente a dire: Ieu sui Arnaut, que plor e vau cantan; Ara vos prec, per aquella valor Poi s’ascose nel foco che li affina. Sì come quando i primi raggi vibra e l’onde in Gange da nona rïarse, Fuor de la fiamma stava in su la riva, Poscia «Più non si va, se pria non morde, ci disse come noi li fummo presso; In su le man commesse mi protesi, Volsersi verso me le buone scorte; Ricorditi, ricorditi! E se io Credi per certo che se dentro a l’alvo E se tu forse credi ch’io t’inganni, Pon giù omai, pon giù ogne temenza; Quando mi vide star pur fermo e duro, Come al nome di Tisbe aperse il ciglio così, la mia durezza fatta solla, Ond’ ei crollò la fronte e disse: «Come! Poi dentro al foco innanzi mi si mise, Sì com’ fui dentro, in un bogliente vetro Lo dolce padre mio, per confortarmi, Guidavaci una voce che cantava ‘Venite, benedicti Patris mei’, «Lo sol sen va», soggiunse, «e vien la sera; Dritta salia la via per entro ’l sasso E di pochi scaglion levammo i saggi, E pria che ’n tutte le sue parti immense ciascun di noi d’un grado fece letto; Quali si stanno ruminando manse tacite a l’ombra, mentre che ’l sol ferve, e quale il mandrïan che fori alberga, tali eravamo tutti e tre allotta, Poco parer potea lì del di fori; Sì ruminando e sì mirando in quelle, Ne l’ora, credo, che de l’orïente giovane e bella in sogno mi parea «Sappia qualunque il mio nome dimanda Per piacermi a lo specchio, qui m’addorno; Ell’ è d’i suoi belli occhi veder vaga E già per li splendori antelucani, le tenebre fuggian da tutti lati, «Quel dolce pome che per tanti rami Virgilio inverso me queste cotali Tanto voler sopra voler mi venne Come la scala tutta sotto noi e disse: «Il temporal foco e l’etterno Tratto t’ho qui con ingegno e con arte; Vedi lo sol che ’n fronte ti riluce; Mentre che vegnan lieti li occhi belli Non aspettar mio dir più né mio cenno; per ch’io te sovra te corono e mitrio». Vago già di cercar dentro e dintorno sanza più aspettar, lasciai la riva, Un’aura dolce, sanza mutamento per cui le fronde, tremolando, pronte non però dal loro esser dritto sparte ma con piena letizia l’ore prime, tal qual di ramo in ramo si raccoglie Già m’avean trasportato i lenti passi ed ecco più andar mi tolse un rio, Tutte l’acque che son di qua più monde, avvegna che si mova bruna bruna Coi piè ristetti e con li occhi passai e là m’apparve, sì com’ elli appare una donna soletta che si gia «Deh, bella donna, che a’ raggi d’amore vegnati in voglia di trarreti avanti», Tu mi fai rimembrar dove e qual era Come si volge, con le piante strette volsesi in su i vermigli e in su i gialli e fece i prieghi miei esser contenti, Tosto che fu là dove l’erbe sono Non credo che splendesse tanto lume Ella ridea da l’altra riva dritta, Tre passi ci facea il fiume lontani; più odio da Leandro non sofferse «Voi siete nuovi, e forse perch’ io rido», maravigliando tienvi alcun sospetto; E tu che se’ dinanzi e mi pregasti, «L’acqua», diss’ io, «e ’l suon de la foresta Ond’ ella: «Io dicerò come procede Lo sommo Ben, che solo esso a sé piace, Per sua difalta qui dimorò poco; Perché ’l turbar che sotto da sé fanno a l’uomo non facesse alcuna guerra, Or perché in circuito tutto quanto in questa altezza ch’è tutta disciolta e la percossa pianta tanto puote, e l’altra terra, secondo ch’è degna Non parrebbe di là poi maraviglia, E saper dei che la campagna santa L’acqua che vedi non surge di vena ma esce di fontana salda e certa, Da questa parte con virtù discende Quinci Letè; così da l’altro lato a tutti altri sapori esto è di sopra. darotti un corollario ancor per grazia; Quelli ch’anticamente poetaro Qui fu innocente l’umana radice; Io mi rivolsi ’n dietro allora tutto poi a la bella donna torna’ il viso. Cantando come donna innamorata, E come ninfe che si givan sole allor si mosse contra ’l fiume, andando Non eran cento tra ’ suoi passi e ’ miei, Né ancor fu così nostra via molta, Ed ecco un lustro sùbito trascorse Ma perché ’l balenar, come vien, resta, E una melodia dolce correva che là dove ubidia la terra e ’l cielo, sotto ’l qual se divota fosse stata, Mentr’ io m’andava tra tante primizie dinanzi a noi, tal quale un foco acceso, O sacrosante Vergini, se fami, Or convien che Elicona per me versi, Poco più oltre, sette alberi d’oro ma quand’ i’ fui sì presso di lor fatto, la virtù ch’a ragion discorso ammanna, Di sopra fiammeggiava il bello arnese Io mi rivolsi d’ammirazion pieno Indi rendei l’aspetto a l’alte cose La donna mi sgridò: «Perché pur ardi Genti vid’ io allor, come a lor duci, L’acqua imprendëa dal sinistro fianco, Quand’ io da la mia riva ebbi tal posta, e vidi le fiammelle andar davante, sì che lì sopra rimanea distinto Questi ostendali in dietro eran maggiori Sotto così bel ciel com’ io diviso, Tutti cantavan: «Benedicta tue Poscia che i fiori e l’altre fresche erbette sì come luce luce in ciel seconda, Ognuno era pennuto di sei ali; A descriver lor forme più non spargo ma leggi Ezechïel, che li dipigne e quali i troverai ne le sue carte, Lo spazio dentro a lor quattro contenne Esso tendeva in sù l’una e l’altra ale Tanto salivan che non eran viste; Non che Roma di carro così bello quel del Sol che, svïando, fu combusto Tre donne in giro da la destra rota l’altr’ era come se le carni e l’ossa e or parëan da la bianca tratte, Da la sinistra quattro facean festa, Appresso tutto il pertrattato nodo L’un si mostrava alcun de’ famigliari mostrava l’altro la contraria cura Poi vidi quattro in umile paruta; E questi sette col primaio stuolo anzi di rose e d’altri fior vermigli; E quando il carro a me fu a rimpetto, fermandosi ivi con le prime insegne. Quando il settentrïon del primo cielo, e che faceva lì ciascun accorto fermo s’affisse: la gente verace, e un di loro, quasi da ciel messo, Quali i beati al novissimo bando cotali in su la divina basterna Tutti dicean: ‘Benedictus qui venis!’, Io vidi già nel cominciar del giorno e la faccia del sol nascere ombrata, così dentro una nuvola di fiori sovra candido vel cinta d’uliva E lo spirito mio, che già cotanto sanza de li occhi aver più conoscenza, Tosto che ne la vista mi percosse volsimi a la sinistra col respitto per dicere a Virgilio: ‘Men che dramma Ma Virgilio n’avea lasciati scemi né quantunque perdeo l’antica matre, «Dante, perché Virgilio se ne vada, Quasi ammiraglio che in poppa e in prora in su la sponda del carro sinistra, vidi la donna che pria m’appario Tutto che ’l vel che le scendea di testa, regalmente ne l’atto ancor proterva «Guardaci ben! Ben son, ben son Beatrice. Li occhi mi cadder giù nel chiaro fonte; Così la madre al figlio par superba, Ella si tacque; e li angeli cantaro Sì come neve tra le vive travi poi, liquefatta, in sé stessa trapela, così fui sanza lagrime e sospiri ma poi che ’ntesi ne le dolci tempre lo gel che m’era intorno al cor ristretto, Ella, pur ferma in su la detta coscia «Voi vigilate ne l’etterno die, onde la mia risposta è con più cura Non pur per ovra de le rote magne, ma per larghezza di grazie divine, questi fu tal ne la sua vita nova Ma tanto più maligno e più silvestro Alcun tempo il sostenni col mio volto: Sì tosto come in su la soglia fui Quando di carne a spirto era salita, e volse i passi suoi per via non vera, Né l’impetrare ispirazion mi valse, Tanto giù cadde, che tutti argomenti Per questo visitai l’uscio d’i morti, Alto fato di Dio sarebbe rotto, di pentimento che lagrime spanda». «O tu che se’ di là dal fiume sacro», ricominciò, seguendo sanza cunta, Era la mia virtù tanto confusa, Poco sofferse; poi disse: «Che pense? Confusione e paura insieme miste Come balestro frange, quando scocca sì scoppia’ io sottesso grave carco, Ond’ ella a me: «Per entro i mie’ disiri, quai fossi attraversati o quai catene E quali agevolezze o quali avanzi Dopo la tratta d’un sospiro amaro, Piangendo dissi: «Le presenti cose Ed ella: «Se tacessi o se negassi Ma quando scoppia de la propria gota Tuttavia, perché mo vergogna porte pon giù il seme del piangere e ascolta: Mai non t’appresentò natura o arte e se ’l sommo piacer sì ti fallio Ben ti dovevi, per lo primo strale Non ti dovea gravar le penne in giuso, Novo augelletto due o tre aspetta; Quali fanciulli, vergognando, muti tal mi stav’ io; ed ella disse: «Quando Con men di resistenza si dibarba ch’io non levai al suo comando il mento; E come la mia faccia si distese, e le mie luci, ancor poco sicure, Sotto ’l suo velo e oltre la rivera Di penter sì mi punse ivi l’ortica, Tanta riconoscenza il cor mi morse, Poi, quando il cor virtù di fuor rendemmi, Tratto m’avea nel fiume infin la gola, Quando fui presso a la beata riva, La bella donna ne le braccia aprissi; Indi mi tolse, e bagnato m’offerse «Noi siam qui ninfe e nel ciel siamo stelle; Merrenti a li occhi suoi; ma nel giocondo Così cantando cominciaro; e poi Disser: «Fa che le viste non risparmi; Mille disiri più che fiamma caldi Come in lo specchio il sol, non altrimenti Pensa, lettor, s’io mi maravigliava, Mentre che piena di stupore e lieta sé dimostrando di più alto tribo «Volgi, Beatrice, volgi li occhi santi», Per grazia fa noi grazia che disvele O isplendor di viva luce etterna, che non paresse aver la mente ingombra, quando ne l’aere aperto ti solvesti? Tant’ eran li occhi miei fissi e attenti Ed essi quinci e quindi avien parete quando per forza mi fu vòlto il viso e la disposizion ch’a veder èe Ma poi ch’al poco il viso riformossi vidi ’n sul braccio destro esser rivolto Come sotto li scudi per salvarsi quella milizia del celeste regno Indi a le rote si tornar le donne, La bella donna che mi trasse al varco Sì passeggiando l’alta selva vòta, Forse in tre voli tanto spazio prese Io senti’ mormorare a tutti «Adamo»; La coma sua, che tanto si dilata «Beato se’, grifon, che non discindi Così dintorno a l’albero robusto E vòlto al temo ch’elli avea tirato, Come le nostre piante, quando casca turgide fansi, e poi si rinovella men che di rose e più che di vïole Io non lo ’ntesi, né qui non si canta S’io potessi ritrar come assonnaro come pintor che con essempro pinga, Però trascorro a quando mi svegliai, Quali a veder de’ fioretti del melo Pietro e Giovanni e Iacopo condotti e videro scemata loro scuola tal torna’ io, e vidi quella pia E tutto in dubbio dissi: «Ov’ è Beatrice?». Vedi la compagnia che la circonda: E se più fu lo suo parlar diffuso, Sola sedeasi in su la terra vera, In cerchio le facevan di sé claustro «Qui sarai tu poco tempo silvano; Però, in pro del mondo che mal vive, Così Beatrice; e io, che tutto ai piedi Non scese mai con sì veloce moto com’ io vidi calar l’uccel di Giove e ferì ’l carro di tutta sua forza; Poscia vidi avventarsi ne la cuna ma, riprendendo lei di laide colpe, Poscia per indi ond’ era pria venuta, e qual esce di cuor che si rammarca, Poi parve a me che la terra s’aprisse e come vespa che ritragge l’ago, Quel che rimase, come da gramigna si ricoperse, e funne ricoperta Trasformato così ’l dificio santo Le prime eran cornute come bue, Sicura, quasi rocca in alto monte, e come perché non li fosse tolta, Ma perché l’occhio cupido e vagante poi, di sospetto pieno e d’ira crudo, a la puttana e a la nova belva. ‘Deus, venerunt gentes’, alternando e Bëatrice, sospirosa e pia, Ma poi che l’altre vergini dier loco ‘Modicum, et non videbitis me; Poi le si mise innanzi tutte e sette, Così sen giva; e non credo che fosse e con tranquillo aspetto «Vien più tosto», Sì com’ io fui, com’ io dovëa, seco, Come a color che troppo reverenti avvenne a me, che sanza intero suono Ed ella a me: «Da tema e da vergogna Sappi che ’l vaso che ’l serpente ruppe, Non sarà tutto tempo sanza reda ch’io veggio certamente, e però il narro, nel quale un cinquecento diece e cinque, E forse che la mia narrazion buia, ma tosto fier li fatti le Naiade, Tu nota; e sì come da me son porte, E aggi a mente, quando tu le scrivi, Qualunque ruba quella o quella schianta, Per morder quella, in pena e in disio Dorme lo ’ngegno tuo, se non estima E se stati non fossero acqua d’Elsa per tante circostanze solamente Ma perch’ io veggio te ne lo ’ntelletto voglio anco, e se non scritto, almen dipinto, E io: «Sì come cera da suggello, Ma perché tanto sovra mia veduta «Perché conoschi», disse, «quella scuola e veggi vostra via da la divina Ond’ io rispuosi lei: «Non mi ricorda «E se tu ricordar non te ne puoi», e se dal fummo foco s’argomenta, Veramente oramai saranno nude E più corusco e con più lenti passi quando s’affisser, sì come s’affigge le sette donne al fin d’un’ombra smorta, Dinanzi ad esse Ëufratès e Tigri «O luce, o gloria de la gente umana, Per cotal priego detto mi fu: «Priega la bella donna: «Questo e altre cose E Bëatrice: «Forse maggior cura, Ma vedi Eünoè che là diriva: Come anima gentil, che non fa scusa, così, poi che da essa preso fui, S’io avessi, lettor, più lungo spazio ma perché piene son tutte le carte Io ritornai da la santissima onda puro e disposto a salire a le stelle.LA DIVINA COMMEDIA
di Dante Alighieri
CANTICA II: PURGATORIO
Contents
PURGATORIO Canto I. Canto II. Canto III. Canto IV. Canto V. Canto VI. Canto VII. Canto VIII. Canto IX. Canto X. Canto XI. Canto XII. Canto XIII. Canto XIV. Canto XV. Canto XVI. Canto XVII. Canto XVIII. Canto XIX. Canto XX. Canto XXI. Canto XXII. Canto XXIII. Canto XXIV. Canto XXV. Canto XXVI. Canto XXVII. Canto XXVIII. Canto XXIX. Canto XXX. Canto XXXI. Canto XXXII. Canto XXXIII. PURGATORIO
Purgatorio
Canto I
omai la navicella del mio ingegno,best sensory toys for 14 year olds under 10 dollars
che lascia dietro a sé mar sì crudele;
dove l’umano spirito si purga
e di salire al ciel diventa degno.
o sante Muse, poi che vostro sono;
e qui Calïopè alquanto surga,
di cui le Piche misere sentiro
lo colpo tal, che disperar perdono.
che s’accoglieva nel sereno aspetto
del mezzo, puro infino al primo giro,
tosto ch’io usci’ fuor de l’aura morta
che m’avea contristati li occhi e ’l petto.
faceva tutto rider l’orïente,
velando i Pesci ch’erano in sua scorta.
a l’altro polo, e vidi quattro stelle
non viste mai fuor ch’a la prima gente.
oh settentrïonal vedovo sito,
poi che privato se’ di mirar quelle!
un poco me volgendo a l ’altro polo,
là onde ’l Carro già era sparito,
degno di tanta reverenza in vista,
che più non dee a padre alcun figliuolo.
portava, a’ suoi capelli simigliante,
de’ quai cadeva al petto doppia lista.
fregiavan sì la sua faccia di lume,
ch’i’ ’l vedea come ’l sol fosse davante.
fuggita avete la pregione etterna?»,
diss’ el, movendo quelle oneste piume.
uscendo fuor de la profonda notte
che sempre nera fa la valle inferna?
o è mutato in ciel novo consiglio,
che, dannati, venite a le mie grotte?».
e con parole e con mani e con cenni
reverenti mi fé le gambe e ’l ciglio.
donna scese del ciel, per li cui prieghi
de la mia compagnia costui sovvenni.
di nostra condizion com’ ell’ è vera,
esser non puote il mio che a te si nieghi.
ma per la sua follia le fu sì presso,
che molto poco tempo a volger era.
per lui campare; e non lì era altra via
che questa per la quale i’ mi son messo.
e ora intendo mostrar quelli spirti
che purgan sé sotto la tua balìa.
de l’alto scende virtù che m’aiuta
conducerlo a vederti e a udirti.
libertà va cercando, ch’è sì cara,
come sa chi per lei vita rifiuta.
in Utica la morte, ove lasciasti
la vesta ch’al gran dì sarà sì chiara.
ché questi vive e Minòs me non lega;
ma son del cerchio ove son li occhi casti
o santo petto, che per tua la tegni:
per lo suo amore adunque a noi ti piega.
grazie riporterò di te a lei,
se d’esser mentovato là giù degni».
mentre ch’i’ fu’ di là», diss’ elli allora,
«che quante grazie volse da me, fei.
più muover non mi può, per quella legge
che fatta fu quando me n’usci’ fora.
come tu di’, non c’è mestier lusinghe:
bastisi ben che per lei mi richegge.
d’un giunco schietto e che li lavi ’l viso,
sì ch’ogne sucidume quindi stinghe;
d’alcuna nebbia, andar dinanzi al primo
ministro, ch’è di quei di paradiso.
là giù colà dove la batte l’onda,
porta di giunchi sovra ’l molle limo:
o indurasse, vi puote aver vita,
però ch’a le percosse non seconda.
lo sol vi mosterrà, che surge omai,
prendere il monte a più lieve salita».
sanza parlare, e tutto mi ritrassi
al duca mio, e li occhi a lui drizzai.
volgianci in dietro, ché di qua dichina
questa pianura a’ suoi termini bassi».
che fuggia innanzi, sì che di lontano
conobbi il tremolar de la marina.
com’ om che torna a la perduta strada,
che ’nfino ad essa li pare ire in vano.
pugna col sole, per essere in parte
dove, ad orezza, poco si dirada,
soavemente ’l mio maestro pose:
ond’ io, che fui accorto di sua arte,
ivi mi fece tutto discoverto
quel color che l’inferno mi nascose.
che mai non vide navicar sue acque
omo, che di tornar sia poscia esperto.
oh maraviglia! ché qual elli scelse
l’umile pianta, cotal si rinacquePurgatorio
Canto II
lo cui meridïan cerchio coverchia
Ierusalèm col suo più alto punto;
uscia di Gange fuor con le Bilance,
che le caggion di man quando soverchia;
là dov’ i’ era, de la bella Aurora
per troppa etate divenivan rance.
come gente che pensa a suo cammino,
che va col cuore e col corpo dimora.
per li grossi vapor Marte rosseggia
giù nel ponente sovra ’l suol marino,
un lume per lo mar venir sì ratto,
che ’l muover suo nessun volar pareggia.
l’occhio per domandar lo duca mio,
rividil più lucente e maggior fatto.
un non sapeva che bianco, e di sotto
a poco a poco un altro a lui uscìo.
mentre che i primi bianchi apparver ali;
allor che ben conobbe il galeotto,
Ecco l’angel di Dio: piega le mani;
omai vedrai di sì fatti officiali.
sì che remo non vuol, né altro velo
che l’ali sue, tra liti sì lontani.
trattando l’aere con l’etterne penne,
che non si mutan come mortal pelo».
l’uccel divino, più chiaro appariva:
per che l’occhio da presso nol sostenne,
con un vasello snelletto e leggero,
tanto che l’acqua nulla ne ’nghiottiva.
tal che faria beato pur descripto;
e più di cento spirti entro sediero.
cantavan tutti insieme ad una voce
con quanto di quel salmo è poscia scripto.
ond’ ei si gittar tutti in su la piaggia:
ed el sen gì, come venne, veloce.
parea del loco, rimirando intorno
come colui che nove cose assaggia.
lo sol, ch’avea con le saette conte
di mezzo ’l ciel cacciato Capricorno,
ver’ noi, dicendo a noi: «Se voi sapete,
mostratene la via di gire al monte».
forse che siamo esperti d’esto loco;
ma noi siam peregrin come voi siete.
per altra via, che fu sì aspra e forte,
che lo salire omai ne parrà gioco».
per lo spirare, ch’i’ era ancor vivo,
maravigliando diventaro smorte.
tragge la gente per udir novelle,
e di calcar nessun si mostra schivo,
anime fortunate tutte quante,
quasi oblïando d’ire a farsi belle.
per abbracciarmi con sì grande affetto,
che mosse me a far lo somigliante.
tre volte dietro a lei le mani avvinsi,
e tante mi tornai con esse al petto.
per che l’ombra sorrise e si ritrasse,
e io, seguendo lei, oltre mi pinsi.
allor conobbi chi era, e pregai
che, per parlarmi, un poco s’arrestasse.
nel mortal corpo, così t’amo sciolta:
però m’arresto; ma tu perché vai?».
là dov’ io son, fo io questo vïaggio»,
diss’ io; «ma a te com’ è tanta ora tolta?».
se quei che leva quando e cui li piace,
più volte m’ha negato esto passaggio;
veramente da tre mesi elli ha tolto
chi ha voluto intrar, con tutta pace.
dove l’acqua di Tevero s’insala,
benignamente fu’ da lui ricolto.
però che sempre quivi si ricoglie
qual verso Acheronte non si cala».
memoria o uso a l’amoroso canto
che mi solea quetar tutte mie doglie,
l’anima mia, che, con la sua persona
venendo qui, è affannata tanto!».
cominciò elli allor sì dolcemente,
che la dolcezza ancor dentro mi suona.
ch’eran con lui parevan sì contenti,
come a nessun toccasse altro la mente.
a le sue note; ed ecco il veglio onesto
gridando: «Che è ciò, spiriti lenti?
Correte al monte a spogliarvi lo scoglio
ch’esser non lascia a voi Dio manifesto».
li colombi adunati a la pastura,
queti, sanza mostrar l’usato orgoglio,
subitamente lasciano star l’esca,
perch’ assaliti son da maggior cura;
lasciar lo canto, e fuggir ver’ la costa,
com’ om che va, né sa dove rïesca;Purgatorio
Canto III
dispergesse color per la campagna,
rivolti al monte ove ragion ne fruga,
e come sare’ io sanza lui corso?
chi m’avria tratto su per la montagna?
o dignitosa coscïenza e netta,
come t’è picciol fallo amaro morso!
che l’onestade ad ogn’ atto dismaga,
la mente mia, che prima era ristretta,
e diedi ’l viso mio incontr’ al poggio
che ’nverso ’l ciel più alto si dislaga.
rotto m’era dinanzi a la figura,
ch’avëa in me de’ suoi raggi l’appoggio.
d’essere abbandonato, quand’ io vidi
solo dinanzi a me la terra oscura;
a dir mi cominciò tutto rivolto;
«non credi tu me teco e ch’io ti guidi?
lo corpo dentro al quale io facea ombra;
Napoli l’ha, e da Brandizio è tolto.
non ti maravigliar più che d’i cieli
che l’uno a l’altro raggio non ingombra.
simili corpi la Virtù dispone
che, come fa, non vuol ch’a noi si sveli.
possa trascorrer la infinita via
che tiene una sustanza in tre persone.
ché, se potuto aveste veder tutto,
mestier non era parturir Maria;
tai che sarebbe lor disio quetato,
ch’etternalmente è dato lor per lutto:
e di molt’ altri»; e qui chinò la fronte,
e più non disse, e rimase turbato.
quivi trovammo la roccia sì erta,
che ’ndarno vi sarien le gambe pronte.
la più rotta ruina è una scala,
verso di quella, agevole e aperta.
disse ’l maestro mio fermando ’l passo,
«sì che possa salir chi va sanz’ ala?».
essaminava del cammin la mente,
e io mirava suso intorno al sasso,
d’anime, che movieno i piè ver’ noi,
e non pareva, sì venïan lente.
ecco di qua chi ne darà consiglio,
se tu da te medesmo aver nol puoi».
rispuose: «Andiamo in là, ch’ei vegnon piano;
e tu ferma la spene, dolce figlio».
i’ dico dopo i nostri mille passi,
quanto un buon gittator trarria con mano,
de l’alta ripa, e stetter fermi e stretti
com’ a guardar, chi va dubbiando, stassi.
Virgilio incominciò, «per quella pace
ch’i’ credo che per voi tutti s’aspetti,
sì che possibil sia l’andare in suso;
ché perder tempo a chi più sa più spiace».
a una, a due, a tre, e l’altre stanno
timidette atterrando l’occhio e ’l muso;
addossandosi a lei, s’ella s’arresta,
semplici e quete, e lo ’mperché non sanno;
di quella mandra fortunata allotta,
pudica in faccia e ne l’andare onesta.
la luce in terra dal mio destro canto,
sì che l’ombra era da me a la grotta,
e tutti li altri che venieno appresso,
non sappiendo ’l perché, fenno altrettanto.
che questo è corpo uman che voi vedete;
per che ’l lume del sole in terra è fesso.
che non sanza virtù che da ciel vegna
cerchi di soverchiar questa parete».
«Tornate», disse, «intrate innanzi dunque»,
coi dossi de le man faccendo insegna.
tu se’, così andando, volgi ’l viso:
pon mente se di là mi vedesti unque».
biondo era e bello e di gentile aspetto,
ma l’un de’ cigli un colpo avea diviso.
d’averlo visto mai, el disse: «Or vedi»;
e mostrommi una piaga a sommo ’l petto.
nepote di Costanza imperadrice;
ond’ io ti priego che, quando tu riedi,
de l’onor di Cicilia e d’Aragona,
e dichi ’l vero a lei, s’altro si dice.
di due punte mortali, io mi rendei,
piangendo, a quei che volontier perdona.
ma la bontà infinita ha sì gran braccia,
che prende ciò che si rivolge a lei.
di me fu messo per Clemente allora,
avesse in Dio ben letta questa faccia,
in co del ponte presso a Benevento,
sotto la guardia de la grave mora.
di fuor dal regno, quasi lungo ’l Verde,
dov’ e’ le trasmutò a lume spento.
che non possa tornar, l’etterno amore,
mentre che la speranza ha fior del verde.
di Santa Chiesa, ancor ch’al fin si penta,
star li convien da questa ripa in fore,
in sua presunzïon, se tal decreto
più corto per buon prieghi non diventa.
revelando a la mia buona Costanza
come m’hai visto, e anco esto divieto;Purgatorio
Canto IV
che alcuna virtù nostra comprenda,
l’anima bene ad essa si raccoglie,
e questo è contra quello error che crede
ch’un’anima sovr’ altra in noi s’accenda.
che tegna forte a sé l’anima volta,
vassene ’l tempo e l’uom non se n’avvede;
e altra è quella c’ha l’anima intera:
questa è quasi legata e quella è sciolta.
udendo quello spirto e ammirando;
ché ben cinquanta gradi salito era
venimmo ove quell’ anime ad una
gridaro a noi: «Qui è vostro dimando».
con una forcatella di sue spine
l’uom de la villa quando l’uva imbruna,
lo duca mio, e io appresso, soli,
come da noi la schiera si partìne.
montasi su in Bismantova e ’n Cacume
con esso i piè; ma qui convien ch’om voli;
del gran disio, di retro a quel condotto
che speranza mi dava e facea lume.
e d’ogne lato ne stringea lo stremo,
e piedi e man volea il suol di sotto.
de l’alta ripa, a la scoperta piaggia,
«Maestro mio», diss’ io, «che via faremo?».
pur su al monte dietro a me acquista,
fin che n’appaia alcuna scorta saggia».
e la costa superba più assai
che da mezzo quadrante a centro lista.
«O dolce padre, volgiti, e rimira
com’ io rimango sol, se non restai».
additandomi un balzo poco in sùe
che da quel lato il poggio tutto gira.
ch’i’ mi sforzai carpando appresso lui,
tanto che ’l cinghio sotto i piè mi fue.
vòlti a levante ond’ eravam saliti,
che suole a riguardar giovare altrui.
poscia li alzai al sole, e ammirava
che da sinistra n’eravam feriti.
stupido tutto al carro de la luce,
ove tra noi e Aquilone intrava.
fossero in compagnia di quello specchio
che sù e giù del suo lume conduce,
ancora a l’Orse più stretto rotare,
se non uscisse fuor del cammin vecchio.
dentro raccolto, imagina Sïòn
con questo monte in su la terra stare
e diversi emisperi; onde la strada
che mal non seppe carreggiar Fetòn,
da l’un, quando a colui da l’altro fianco,
se lo ’ntelletto tuo ben chiaro bada».
non vid’ io chiaro sì com’ io discerno
là dove mio ingegno parea manco,
che si chiama Equatore in alcun’ arte,
e che sempre riman tra ’l sole e ’l verno,
verso settentrïon, quanto li Ebrei
vedevan lui verso la calda parte.
quanto avemo ad andar; ché ’l poggio sale
più che salir non posson li occhi miei».
che sempre al cominciar di sotto è grave;
e quant’ om più va sù, e men fa male.
tanto, che sù andar ti fia leggero
com’ a seconda giù andar per nave,
quivi di riposar l’affanno aspetta.
Più non rispondo, e questo so per vero».
una voce di presso sonò: «Forse
che di sedere in pria avrai distretta!».
e vedemmo a mancina un gran petrone,
del qual né io né ei prima s’accorse.
che si stavano a l’ombra dietro al sasso
come l’uom per negghienza a star si pone.
sedeva e abbracciava le ginocchia,
tenendo ’l viso giù tra esse basso.
colui che mostra sé più negligente
che se pigrizia fosse sua serocchia».
movendo ’l viso pur su per la coscia,
e disse: «Or va tu sù, che se’ valente!».
che m’avacciava un poco ancor la lena,
non m’impedì l’andare a lui; e poscia
dicendo: «Hai ben veduto come ’l sole
da l’omero sinistro il carro mena?».
mosser le labbra mie un poco a riso;
poi cominciai: «Belacqua, a me non dole
quiritto se’? attendi tu iscorta,
o pur lo modo usato t’ha’ ripriso?».
ché non mi lascerebbe ire a’ martìri
l’angel di Dio che siede in su la porta.
di fuor da essa, quanto fece in vita,
per ch’io ’ndugiai al fine i buon sospiri,
che surga sù di cuor che in grazia viva;
l’altra che val, che ’n ciel non è udita?».
e dicea: «Vienne omai; vedi ch’è tocco
meridïan dal sole e a la rivaPurgatorio
Canto V
e seguitava l’orme del mio duca,
quando di retro a me, drizzando ’l dito,
lo raggio da sinistra a quel di sotto,
e come vivo par che si conduca!».
e vidile guardar per maraviglia
pur me, pur me, e ’l lume ch’era rotto.
disse ’l maestro, «che l’andare allenti?
che ti fa ciò che quivi si pispiglia?
sta come torre ferma, che non crolla
già mai la cima per soffiar di venti;
sovra pensier, da sé dilunga il segno,
perché la foga l’un de l’altro insolla».
Dissilo, alquanto del color consperso
che fa l’uom di perdon talvolta degno.
venivan genti innanzi a noi un poco,
cantando ‘Miserere’ a verso a verso.
per lo mio corpo al trapassar d’i raggi,
mutar lor canto in un «oh!» lungo e roco;
corsero incontr’ a noi e dimandarne:
«Di vostra condizion fatene saggi».
e ritrarre a color che vi mandaro
che ’l corpo di costui è vera carne.
com’ io avviso, assai è lor risposto:
fàccianli onore, ed esser può lor caro».
di prima notte mai fender sereno,
né, sol calando, nuvole d’agosto,
e, giunti là, con li altri a noi dier volta,
come schiera che scorre sanza freno.
e vegnonti a pregar», disse ’l poeta:
«però pur va, e in andando ascolta».
con quelle membra con le quai nascesti»,
venian gridando, «un poco il passo queta.
sì che di lui di là novella porti:
deh, perché vai? deh, perché non t’arresti?
e peccatori infino a l’ultima ora;
quivi lume del ciel ne fece accorti,
di vita uscimmo a Dio pacificati,
che del disio di sé veder n’accora».
non riconosco alcun; ma s’a voi piace
cosa ch’io possa, spiriti ben nati,
che, dietro a’ piedi di sì fatta guida,
di mondo in mondo cercar mi si face».
del beneficio tuo sanza giurarlo,
pur che ’l voler nonpossa non ricida.
ti priego, se mai vedi quel paese
che siede tra Romagna e quel di Carlo,
in Fano, sì che ben per me s’adori
pur ch’i’ possa purgar le gravi offese.
ond’ uscì ’l sangue in sul quale io sedea,
fatti mi fuoro in grembo a li Antenori,
quel da Esti il fé far, che m’avea in ira
assai più là che dritto non volea.
quando fu’ sovragiunto ad Orïaco,
ancor sarei di là dove si spira.
m’impigliar sì ch’i’ caddi; e lì vid’ io
de le mie vene farsi in terra laco».
si compia che ti tragge a l’alto monte,
con buona pïetate aiuta il mio!
Giovanna o altri non ha di me cura;
per ch’io vo tra costor con bassa fronte».
ti travïò sì fuor di Campaldino,
che non si seppe mai tua sepultura?».
traversa un’acqua c’ha nome l’Archiano,
che sovra l’Ermo nasce in Apennino.
arriva’ io forato ne la gola,
fuggendo a piede e sanguinando il piano.
nel nome di Maria fini’, e quivi
caddi, e rimase la mia carne sola.
l’angel di Dio mi prese, e quel d’inferno
gridava: “O tu del ciel, perché mi privi?
per una lagrimetta che ’l mi toglie;
ma io farò de l’altro altro governo!”.
quell’ umido vapor che in acqua riede,
tosto che sale dove ’l freddo il coglie.
con lo ’ntelletto, e mosse il fummo e ’l vento
per la virtù che sua natura diede.
da Pratomagno al gran giogo coperse
di nebbia; e ’l ciel di sopra fece intento,
la pioggia cadde, e a’ fossati venne
di lei ciò che la terra non sofferse;
ver’ lo fiume real tanto veloce
si ruinò, che nulla la ritenne.
trovò l’Archian rubesto; e quel sospinse
ne l’Arno, e sciolse al mio petto la croce
voltòmmi per le ripe e per lo fondo,
poi di sua preda mi coperse e cinse».
e riposato de la lunga via»,
seguitò ’l terzo spirito al secondo,
Siena mi fé, disfecemi Maremma:
salsi colui che ’nnanellata priaPurgatorio
Canto VI
colui che perde si riman dolente,
repetendo le volte, e tristo impara;
qual va dinanzi, e qual di dietro il prende,
e qual dallato li si reca a mente;
a cui porge la man, più non fa pressa;
e così da la calca si difende.
volgendo a loro, e qua e là, la faccia,
e promettendo mi sciogliea da essa.
fiere di Ghin di Tacco ebbe la morte,
e l’altro ch’annegò correndo in caccia.
Federigo Novello, e quel da Pisa
che fé parer lo buon Marzucco forte.
dal corpo suo per astio e per inveggia,
com’ e’ dicea, non per colpa commisa;
mentr’ è di qua, la donna di Brabante,
sì che però non sia di peggior greggia.
quell’ ombre che pregar pur ch’altri prieghi,
sì che s’avacci lor divenir sante,
o luce mia, espresso in alcun testo
che decreto del cielo orazion pieghi;
sarebbe dunque loro speme vana,
o non m’è ’l detto tuo ben manifesto?».
e la speranza di costor non falla,
se ben si guarda con la mente sana;
perché foco d’amor compia in un punto
ciò che de’ sodisfar chi qui s’astalla;
non s’ammendava, per pregar, difetto,
perché ’l priego da Dio era disgiunto.
non ti fermar, se quella nol ti dice
che lume fia tra ’l vero e lo ’ntelletto.
tu la vedrai di sopra, in su la vetta
di questo monte, ridere e felice».
ché già non m’affatico come dianzi,
e vedi omai che ’l poggio l’ombra getta».
rispuose, «quanto più potremo omai;
ma ’l fatto è d’altra forma che non stanzi.
colui che già si cuopre de la costa,
sì che ’ suoi raggi tu romper non fai.
sola soletta, inverso noi riguarda:
quella ne ’nsegnerà la via più tosta».
come ti stavi altera e disdegnosa
e nel mover de li occhi onesta e tarda!
ma lasciavane gir, solo sguardando
a guisa di leon quando si posa.
che ne mostrasse la miglior salita;
e quella non rispuose al suo dimando,
ci ’nchiese; e ’l dolce duca incominciava
«Mantüa . . . », e l’ombra, tutta in sé romita,
dicendo: «O Mantoano, io son Sordello
de la tua terra!»; e l’un l’altro abbracciava.
nave sanza nocchiere in gran tempesta,
non donna di province, ma bordello!
sol per lo dolce suon de la sua terra,
di fare al cittadin suo quivi festa;
li vivi tuoi, e l’un l’altro si rode
di quei ch’un muro e una fossa serra.
le tue marine, e poi ti guarda in seno,
s’alcuna parte in te di pace gode.
Iustinïano, se la sella è vòta?
Sanz’ esso fora la vergogna meno.
e lasciar seder Cesare in la sella,
se bene intendi ciò che Dio ti nota,
per non esser corretta da li sproni,
poi che ponesti mano a la predella.
costei ch’è fatta indomita e selvaggia,
e dovresti inforcar li suoi arcioni,
sovra ’l tuo sangue, e sia novo e aperto,
tal che ’l tuo successor temenza n’aggia!
per cupidigia di costà distretti,
che ’l giardin de lo ’mperio sia diserto.
Monaldi e Filippeschi, uom sanza cura:
color già tristi, e questi con sospetti!
d’i tuoi gentili, e cura lor magagne;
e vedrai Santafior com’ è oscura!
vedova e sola, e dì e notte chiama:
«Cesare mio, perché non m’accompagne?».
e se nulla di noi pietà ti move,
a vergognar ti vien de la tua fama.
che fosti in terra per noi crucifisso,
son li giusti occhi tuoi rivolti altrove?
del tuo consiglio fai per alcun bene
in tutto de l’accorger nostro scisso?
son di tiranni, e un Marcel diventa
ogne villan che parteggiando viene.
di questa digression che non ti tocca,
mercé del popol tuo che si argomenta.
per non venir sanza consiglio a l’arco;
ma il popol tuo l’ha in sommo de la bocca.
ma il popol tuo solicito risponde
sanza chiamare, e grida: «I’ mi sobbarco!».
tu ricca, tu con pace e tu con senno!
S’io dico ’l ver, l’effetto nol nasconde.
l’antiche leggi e furon sì civili,
fecero al viver bene un picciol cenno
provedimenti, ch’a mezzo novembre
non giugne quel che tu d’ottobre fili.
legge, moneta, officio e costume
hai tu mutato, e rinovate membre!
vedrai te somigliante a quella inferma
che non può trovar posa in su le piume,Purgatorio
Canto VII
furo iterate tre e quattro volte,
Sordel si trasse, e disse: «Voi, chi siete?».
l’anime degne di salire a Dio,
fur l’ossa mie per Ottavian sepolte.
lo ciel perdei che per non aver fé».
Così rispuose allora il duca mio.
sùbita vede ond’ e’ si maraviglia,
che crede e non, dicendo «Ella è . . . non è . . . »,
e umilmente ritornò ver’ lui,
e abbracciòl là ’ve ’l minor s’appiglia.
mostrò ciò che potea la lingua nostra,
o pregio etterno del loco ond’ io fui,
S’io son d’udir le tue parole degno,
dimmi se vien d’inferno, e di qual chiostra».
rispuose lui, «son io di qua venuto;
virtù del ciel mi mosse, e con lei vegno.
a veder l’alto Sol che tu disiri
e che fu tardi per me conosciuto.
ma di tenebre solo, ove i lamenti
non suonan come guai, ma son sospiri.
dai denti morsi de la morte avante
che fosser da l’umana colpa essenti;
virtù non si vestiro, e sanza vizio
conobber l’altre e seguir tutte quante.
dà noi per che venir possiam più tosto
là dove purgatorio ha dritto inizio».
licito m’è andar suso e intorno;
per quanto ir posso, a guida mi t’accosto.
e andar sù di notte non si puote;
però è buon pensar di bel soggiorno.
se mi consenti, io ti merrò ad esse,
e non sanza diletto ti fier note».
salir di notte, fora elli impedito
d’altrui, o non sarria ché non potesse?».
dicendo: «Vedi? sola questa riga
non varcheresti dopo ’l sol partito:
che la notturna tenebra, ad ir suso;
quella col nonpoder la voglia intriga.
e passeggiar la costa intorno errando,
mentre che l’orizzonte il dì tien chiuso».
«Menane», disse, «dunque là ’ve dici
ch’aver si può diletto dimorando».
quand’ io m’accorsi che ’l monte era scemo,
a guisa che i vallon li sceman quici.
dove la costa face di sé grembo;
e là il novo giorno attenderemo».
che ne condusse in fianco de la lacca,
là dove più ch’a mezzo muore il lembo.
indaco, legno lucido e sereno,
fresco smeraldo in l’ora che si fiacca,
posti, ciascun saria di color vinto,
come dal suo maggiore è vinto il meno.
ma di soavità di mille odori
vi facea uno incognito e indistinto.
quindi seder cantando anime vidi,
che per la valle non parean di fuori.
cominciò ’l Mantoan che ci avea vòlti,
«tra color non vogliate ch’io vi guidi.
conoscerete voi di tutti quanti,
che ne la lama giù tra essi accolti.
d’aver negletto ciò che far dovea,
e che non move bocca a li altrui canti,
sanar le piaghe c’hanno Italia morta,
sì che tardi per altri si ricrea.
resse la terra dove l’acqua nasce
che Molta in Albia, e Albia in mar ne porta:
fu meglio assai che Vincislao suo figlio
barbuto, cui lussuria e ozio pasce.
par con colui c’ha sì benigno aspetto,
morì fuggendo e disfiorando il giglio:
L’altro vedete c’ha fatto a la guancia
de la sua palma, sospirando, letto.
sanno la vita sua viziata e lorda,
e quindi viene il duol che sì li lancia.
cantando, con colui dal maschio naso,
d’ogne valor portò cinta la corda;
lo giovanetto che retro a lui siede,
ben andava il valor di vaso in vaso,
Iacomo e Federigo hanno i reami;
del retaggio miglior nessun possiede.
l’umana probitate; e questo vole
quei che la dà, perché da lui si chiami.
non men ch’a l’altro, Pier, che con lui canta,
onde Puglia e Proenza già si dole.
quanto, più che Beatrice e Margherita,
Costanza di marito ancor si vanta.
seder là solo, Arrigo d’Inghilterra:
questi ha ne’ rami suoi migliore uscita.
guardando in suso, è Guiglielmo marchese,
per cui e Alessandria e la sua guerraPurgatorio
Canto VIII
ai navicanti e ’ntenerisce il core
lo dì c’han detto ai dolci amici addio;
punge, se ode squilla di lontano
che paia il giorno pianger che si more;
l’udire e a mirare una de l’alme
surta, che l’ascoltar chiedea con mano.
ficcando li occhi verso l’orïente,
come dicesse a Dio: ‘D’altro non calme’.
le uscìo di bocca e con sì dolci note,
che fece me a me uscir di mente;
seguitar lei per tutto l’inno intero,
avendo li occhi a le superne rote.
ché ’l velo è ora ben tanto sottile,
certo che ’l trapassar dentro è leggero.
tacito poscia riguardare in sùe,
quasi aspettando, palido e umìle;
due angeli con due spade affocate,
tronche e private de le punte sue.
erano in veste, che da verdi penne
percosse traean dietro e ventilate.
e l’altro scese in l’opposita sponda,
sì che la gente in mezzo si contenne.
ma ne la faccia l’occhio si smarria,
come virtù ch’a troppo si confonda.
disse Sordello, «a guardia de la valle,
per lo serpente che verrà vie via».
mi volsi intorno, e stretto m’accostai,
tutto gelato, a le fidate spalle.
tra le grandi ombre, e parleremo ad esse;
grazïoso fia lor vedervi assai».
e fui di sotto, e vidi un che mirava
pur me, come conoscer mi volesse.
ma non sì che tra li occhi suoi e ’ miei
non dichiarisse ciò che pria serrava.
giudice Nin gentil, quanto mi piacque
quando ti vidi non esser tra ’ rei!
poi dimandò: «Quant’ è che tu venisti
a piè del monte per le lontane acque?».
venni stamane, e sono in prima vita,
ancor che l’altra, sì andando, acquisti».
Sordello ed elli in dietro si raccolse
come gente di sùbito smarrita.
che sedea lì, gridando: «Sù, Currado!
vieni a veder che Dio per grazia volse».
che tu dei a colui che sì nasconde
lo suo primo perché, che non lì è guado,
dì a Giovanna mia che per me chiami
là dove a li ’nnocenti si risponde.
poscia che trasmutò le bianche bende,
le quai convien che, misera!, ancor brami.
quanto in femmina foco d’amor dura,
se l’occhio o ’l tatto spesso non l’accende.
la vipera che Melanesi accampa,
com’ avria fatto il gallo di Gallura».
nel suo aspetto, di quel dritto zelo
che misuratamente in core avvampa.
pur là dove le stelle son più tarde,
sì come rota più presso a lo stelo.
E io a lui: «A quelle tre facelle
di che ’l polo di qua tutto quanto arde».
che vedevi staman, son di là basse,
e queste son salite ov’ eran quelle».
dicendo: «Vedi là ’l nostro avversaro»;
e drizzò il dito perché ’n là guardasse.
la picciola vallea, era una biscia,
forse qual diede ad Eva il cibo amaro.
volgendo ad ora ad or la testa, e ’l dosso
leccando come bestia che si liscia.
come mosser li astor celestïali;
ma vidi bene e l’uno e l’altro mosso.
fuggì ’l serpente, e li angeli dier volta,
suso a le poste rivolando iguali.
quando chiamò, per tutto quello assalto
punto non fu da me guardare sciolta.
truovi nel tuo arbitrio tanta cera
quant’ è mestiere infino al sommo smalto»,
di Val di Magra o di parte vicina
sai, dillo a me, che già grande là era.
non son l’antico, ma di lui discesi;
a’ miei portai l’amor che qui raffina».
già mai non fui; ma dove si dimora
per tutta Europa ch’ei non sien palesi?
grida i segnori e grida la contrada,
sì che ne sa chi non vi fu ancora;
che vostra gente onrata non si sfregia
del pregio de la borsa e de la spada.
che, perché il capo reo il mondo torca,
sola va dritta e ’l mal cammin dispregia».
sette volte nel letto che ’l Montone
con tutti e quattro i piè cuopre e inforca,
ti fia chiavata in mezzo de la testa
con maggior chiovi che d’altrui sermone,Purgatorio
Canto IX
già s’imbiancava al balco d’orïente,
fuor de le braccia del suo dolce amico;
poste in figura del freddo animale
che con la coda percuote la gente;
fatti avea due nel loco ov’ eravamo,
e ’l terzo già chinava in giuso l’ale;
vinto dal sonno, in su l’erba inchinai
là ’ve già tutti e cinque sedavamo.
la rondinella presso a la mattina,
forse a memoria de’ suo’ primi guai,
più da la carne e men da’ pensier presa,
a le sue visïon quasi è divina,
un’aguglia nel ciel con penne d’oro,
con l’ali aperte e a calare intesa;
abbandonati i suoi da Ganimede,
quando fu ratto al sommo consistoro.
pur qui per uso, e forse d’altro loco
disdegna di portarne suso in piede’.
terribil come folgor discendesse,
e me rapisse suso infino al foco.
e sì lo ’ncendio imaginato cosse,
che convenne che ’l sonno si rompesse.
li occhi svegliati rivolgendo in giro
e non sappiendo là dove si fosse,
trafuggò lui dormendo in le sue braccia,
là onde poi li Greci il dipartiro;
mi fuggì ’l sonno, e diventa’ ismorto,
come fa l’uom che, spaventato, agghiaccia.
e ’l sole er’ alto già più che due ore,
e ’l viso m’era a la marina torto.
«fatti sicur, ché noi semo a buon punto;
non stringer, ma rallarga ogne vigore.
vedi là il balzo che ’l chiude dintorno;
vedi l’entrata là ’ve par digiunto.
quando l’anima tua dentro dormia,
sovra li fiori ond’ è là giù addorno
lasciatemi pigliar costui che dorme;
sì l’agevolerò per la sua via”.
ella ti tolse, e come ’l dì fu chiaro,
sen venne suso; e io per le sue orme.
li occhi suoi belli quella intrata aperta;
poi ella e ’l sonno ad una se n’andaro».
e che muta in conforto sua paura,
poi che la verità li è discoperta,
vide me ’l duca mio, su per lo balzo
si mosse, e io di rietro inver’ l’altura.
la mia matera, e però con più arte
non ti maravigliar s’io la rincalzo.
che là dove pareami prima rotto,
pur come un fesso che muro diparte,
per gire ad essa, di color diversi,
e un portier ch’ancor non facea motto.
vidil seder sovra ’l grado sovrano,
tal ne la faccia ch’io non lo soffersi;
che reflettëa i raggi sì ver’ noi,
ch’io drizzava spesso il viso in vano.
cominciò elli a dire, «ov’ è la scorta?
Guardate che ’l venir sù non vi nòi».
rispuose ’l mio maestro a lui, «pur dianzi
ne disse: “Andate là: quivi è la porta”».
ricominciò il cortese portinaio:
«Venite dunque a’ nostri gradi innanzi».
bianco marmo era sì pulito e terso,
ch’io mi specchiai in esso qual io paio.
d’una petrina ruvida e arsiccia,
crepata per lo lungo e per traverso.
porfido mi parea, sì fiammeggiante
come sangue che fuor di vena spiccia.
l’angel di Dio sedendo in su la soglia
che mi sembiava pietra di diamante.
mi trasse il duca mio, dicendo: «Chiedi
umilemente che ’l serrame scioglia».
misericordia chiesi e ch’el m’aprisse,
ma tre volte nel petto pria mi diedi.
col punton de la spada, e «Fa che lavi,
quando se’ dentro, queste piaghe» disse.
d’un color fora col suo vestimento;
e di sotto da quel trasse due chiavi.
pria con la bianca e poscia con la gialla
fece a la porta sì, ch’i’ fu’ contento.
che non si volga dritta per la toppa»,
diss’ elli a noi, «non s’apre questa calla.
d’arte e d’ingegno avanti che diserri,
perch’ ella è quella che ’l nodo digroppa.
anzi ad aprir ch’a tenerla serrata,
pur che la gente a’ piedi mi s’atterri».
dicendo: «Intrate; ma facciovi accorti
che di fuor torna chi ’n dietro si guata».
li spigoli di quella regge sacra,
che di metallo son sonanti e forti,
Tarpëa, come tolto le fu il buono
Metello, per che poi rimase macra.
e ‘Te Deum laudamus’ mi parea
udire in voce mista al dolce suono.
ciò ch’io udiva, qual prender si suole
quando a cantar con organi si stea;Purgatorio
Canto X
che ’l mal amor de l’anime disusa,
perché fa parer dritta la via torta,
e s’io avesse li occhi vòlti ad essa,
qual fora stata al fallo degna scusa?
che si moveva e d’una e d’altra parte,
sì come l’onda che fugge e s’appressa.
cominciò ’l duca mio, «in accostarsi
or quinci, or quindi al lato che si parte».
tanto che pria lo scemo de la luna
rigiunse al letto suo per ricorcarsi,
ma quando fummo liberi e aperti
sù dove il monte in dietro si rauna,
di nostra via, restammo in su un piano
solingo più che strade per diserti.
al piè de l’alta ripa che pur sale,
misurrebbe in tre volte un corpo umano;
or dal sinistro e or dal destro fianco,
questa cornice mi parea cotale.
quand’ io conobbi quella ripa intorno
che dritto di salita aveva manco,
d’intagli sì, che non pur Policleto,
ma la natura lì avrebbe scorno.
de la molt’ anni lagrimata pace,
ch’aperse il ciel del suo lungo divieto,
quivi intagliato in un atto soave,
che non sembiava imagine che tace.
perché iv’ era imaginata quella
ch’ad aprir l’alto amor volse la chiave;
‘Ecce ancilla Deï’, propriamente
come figura in cera si suggella.
disse ’l dolce maestro, che m’avea
da quella parte onde ’l cuore ha la gente.
di retro da Maria, da quella costa
onde m’era colui che mi movea,
per ch’io varcai Virgilio, e fe’mi presso,
acciò che fosse a li occhi miei disposta.
lo carro e ’ buoi, traendo l’arca santa,
per che si teme officio non commesso.
partita in sette cori, a’ due mie’ sensi
faceva dir l’un ‘No’, l’altro ‘Sì, canta’.
che v’era imaginato, li occhi e ’l naso
e al sì e al no discordi fensi.
trescando alzato, l’umile salmista,
e più e men che re era in quel caso.
d’un gran palazzo, Micòl ammirava
sì come donna dispettosa e trista.
per avvisar da presso un’altra istoria,
che di dietro a Micòl mi biancheggiava.
del roman principato, il cui valore
mosse Gregorio a la sua gran vittoria;
e una vedovella li era al freno,
di lagrime atteggiata e di dolore.
di cavalieri, e l’aguglie ne l’oro
sovr’ essi in vista al vento si movieno.
pareva dir: «Segnor, fammi vendetta
di mio figliuol ch’è morto, ond’ io m’accoro»;
tanto ch’i’ torni»; e quella: «Segnor mio»,
come persona in cui dolor s’affretta,
la ti farà»; ed ella: «L’altrui bene
a te che fia, se ’l tuo metti in oblio?»;
ch’i’ solva il mio dovere anzi ch’i’ mova:
giustizia vuole e pietà mi ritene».
produsse esto visibile parlare,
novello a noi perché qui non si trova.
l’imagini di tante umilitadi,
e per lo fabbro loro a veder care,
mormorava il poeta, «molte genti:
questi ne ’nvïeranno a li alti gradi».
per veder novitadi ond’ e’ son vaghi,
volgendosi ver’ lui non furon lenti.
di buon proponimento per udire
come Dio vuol che ’l debito si paghi.
pensa la succession; pensa ch’al peggio
oltre la gran sentenza non può ire.
muovere a noi, non mi sembian persone,
e non so che, sì nel veder vaneggio».
di lor tormento a terra li rannicchia,
sì che ’ miei occhi pria n’ebber tencione.
col viso quel che vien sotto a quei sassi:
già scorger puoi come ciascun si picchia».
che, de la vista de la mente infermi,
fidanza avete ne’ retrosi passi,
nati a formar l’angelica farfalla,
che vola a la giustizia sanza schermi?
poi siete quasi antomata in difetto,
sì come vermo in cui formazion falla?
per mensola talvolta una figura
si vede giugner le ginocchia al petto,
nascere ’n chi la vede; così fatti
vid’ io color, quando puosi ben cura.
secondo ch’avien più e meno a dosso;
e qual più pazïenza avea ne li atti,Purgatorio
Canto XI
non circunscritto, ma per più amore
ch’ai primi effetti di là sù tu hai,
da ogne creatura, com’ è degno
di render grazie al tuo dolce vapore.
ché noi ad essa non potem da noi,
s’ella non vien, con tutto nostro ingegno.
fan sacrificio a te, cantando osanna,
così facciano li uomini de’ suoi.
sanza la qual per questo aspro diserto
a retro va chi più di gir s’affanna.
perdoniamo a ciascuno, e tu perdona
benigno, e non guardar lo nostro merto.
non spermentar con l’antico avversaro,
ma libera da lui che sì la sprona.
già non si fa per noi, ché non bisogna,
ma per color che dietro a noi restaro».
quell’ ombre orando, andavan sotto ’l pondo,
simile a quel che talvolta si sogna,
e lasse su per la prima cornice,
purgando la caligine del mondo.
di qua che dire e far per lor si puote
da quei c’hanno al voler buona radice?
che portar quinci, sì che, mondi e lievi,
possano uscire a le stellate ruote.
tosto, sì che possiate muover l’ala,
che secondo il disio vostro vi lievi,
si va più corto; e se c’è più d’un varco,
quel ne ’nsegnate che men erto cala;
de la carne d’Adamo onde si veste,
al montar sù, contra sua voglia, è parco».
che dette avea colui cu’ io seguiva,
non fur da cui venisser manifeste;
con noi venite, e troverete il passo
possibile a salir persona viva.
che la cervice mia superba doma,
onde portar convienmi il viso basso,
guardere’ io, per veder s’i’ ’l conosco,
e per farlo pietoso a questa soma.
Guiglielmo Aldobrandesco fu mio padre;
non so se ’l nome suo già mai fu vosco.
d’i miei maggior mi fer sì arrogante,
che, non pensando a la comune madre,
ch’io ne mori’, come i Sanesi sanno,
e sallo in Campagnatico ogne fante.
superbia fa, ché tutti miei consorti
ha ella tratti seco nel malanno.
per lei, tanto che a Dio si sodisfaccia,
poi ch’io nol fe’ tra ’ vivi, qui tra ’ morti».
e un di lor, non questi che parlava,
si torse sotto il peso che li ’mpaccia,
tenendo li occhi con fatica fisi
a me che tutto chin con loro andava.
l’onor d’Agobbio e l’onor di quell’ arte
ch’alluminar chiamata è in Parisi?».
che pennelleggia Franco Bolognese;
l’onore è tutto or suo, e mio in parte.
mentre ch’io vissi, per lo gran disio
de l’eccellenza ove mio core intese.
e ancor non sarei qui, se non fosse
che, possendo peccar, mi volsi a Dio.
com’ poco verde in su la cima dura,
se non è giunta da l’etati grosse!
tener lo campo, e ora ha Giotto il grido,
sì che la fama di colui è scura.
la gloria de la lingua; e forse è nato
chi l’uno e l’altro caccerà del nido.
di vento, ch’or vien quinci e or vien quindi,
e muta nome perché muta lato.
da te la carne, che se fossi morto
anzi che tu lasciassi il ‘pappo’ e ’l ‘dindi’,
spazio a l’etterno, ch’un muover di ciglia
al cerchio che più tardi in cielo è torto.
dinanzi a me, Toscana sonò tutta;
e ora a pena in Siena sen pispiglia,
la rabbia fiorentina, che superba
fu a quel tempo sì com’ ora è putta.
che viene e va, e quei la discolora
per cui ella esce de la terra acerba».
bona umiltà, e gran tumor m’appiani;
ma chi è quei di cui tu parlavi ora?».
ed è qui perché fu presuntüoso
a recar Siena tutta a le sue mani.
poi che morì; cotal moneta rende
a sodisfar chi è di là troppo oso».
pria che si penta, l’orlo de la vita,
qua giù dimora e qua sù non ascende,
prima che passi tempo quanto visse,
come fu la venuta lui largita?».
«liberamente nel Campo di Siena,
ogne vergogna diposta, s’affisse;
ch’e’ sostenea ne la prigion di Carlo,
si condusse a tremar per ogne vena.
ma poco tempo andrà, che ’ tuoi vicini
faranno sì che tu potrai chiosarlo.Purgatorio
Canto XII
m’andava io con quell’ anima carca,
fin che ’l sofferse il dolce pedagogo.
ché qui è buono con l’ali e coi remi,
quantunque può, ciascun pinger sua barca»;
con la persona, avvegna che i pensieri
mi rimanessero e chinati e scemi.
del mio maestro i passi, e amendue
già mostravam com’ eravam leggeri;
buon ti sarà, per tranquillar la via,
veder lo letto de le piante tue».
sovra i sepolti le tombe terragne
portan segnato quel ch’elli eran pria,
per la puntura de la rimembranza,
che solo a’ pïi dà de le calcagne;
secondo l’artificio, figurato
quanto per via di fuor del monte avanza.
più ch’altra creatura, giù dal cielo
folgoreggiando scender, da l’un lato.
celestïal giacer, da l’altra parte,
grave a la terra per lo mortal gelo.
armati ancora, intorno al padre loro,
mirar le membra d’i Giganti sparte.
quasi smarrito, e riguardar le genti
che ’n Sennaàr con lui superbi fuoro.
vedea io te segnata in su la strada,
tra sette e sette tuoi figliuoli spenti!
quivi parevi morto in Gelboè,
che poi non sentì pioggia né rugiada!
già mezza ragna, trista in su li stracci
de l’opera che mal per te si fé.
quivi ’l tuo segno; ma pien di spavento
nel porta un carro, sanza ch’altri il cacci.
come Almeon a sua madre fé caro
parer lo sventurato addornamento.
sovra Sennacherìb dentro dal tempio,
e come, morto lui, quivi il lasciaro.
che fé Tamiri, quando disse a Ciro:
«Sangue sitisti, e io di sangue t’empio».
li Assiri, poi che fu morto Oloferne,
e anche le reliquie del martiro.
o Ilïón, come te basso e vile
mostrava il segno che lì si discerne!
che ritraesse l’ombre e ’ tratti ch’ivi
mirar farieno uno ingegno sottile?
non vide mei di me chi vide il vero,
quant’ io calcai, fin che chinato givi.
figliuoli d’Eva, e non chinate il volto
sì che veggiate il vostro mal sentero!
e del cammin del sole assai più speso
che non stimava l’animo non sciolto,
andava, cominciò: «Drizza la testa;
non è più tempo di gir sì sospeso.
per venir verso noi; vedi che torna
dal servigio del dì l’ancella sesta.
sì che i diletti lo ’nvïarci in suso;
pensa che questo dì mai non raggiorna!».
pur di non perder tempo, sì che ’n quella
materia non potea parlarmi chiuso.
biancovestito e ne la faccia quale
par tremolando mattutina stella.
disse: «Venite: qui son presso i gradi,
e agevolemente omai si sale.
o gente umana, per volar sù nata,
perché a poco vento così cadi?».
quivi mi batté l’ali per la fronte;
poi mi promise sicura l’andata.
dove siede la chiesa che soggioga
la ben guidata sopra Rubaconte,
per le scalee che si fero ad etade
ch’era sicuro il quaderno e la doga;
quivi ben ratta da l’altro girone;
ma quinci e quindi l’alta pietra rade.
‘Beati pauperes spiritu!’ voci
cantaron sì, che nol diria sermone.
da l’infernali! ché quivi per canti
s’entra, e là giù per lamenti feroci.
ed esser mi parea troppo più lieve
che per lo pian non mi parea davanti.
levata s’è da me, che nulla quasi
per me fatica, andando, si riceve?».
ancor nel volto tuo presso che stinti,
saranno, com’ è l’un, del tutto rasi,
che non pur non fatica sentiranno,
ma fia diletto loro esser sù pinti».
con cosa in capo non da lor saputa,
se non che ’ cenni altrui sospecciar fanno;
e cerca e truova e quello officio adempie
che non si può fornir per la veduta;
trovai pur sei le lettere che ’ncise
quel da le chiavi a me sovra le tempie:Purgatorio
Canto XIII
dove secondamente si risega
lo monte che salendo altrui dismala.
dintorno il poggio, come la primaia;
se non che l’arco suo più tosto piega.
parsi la ripa e parsi la via schietta
col livido color de la petraia.
ragionava il poeta, «io temo forse
che troppo avrà d’indugio nostra eletta».
fece del destro lato a muover centro,
e la sinistra parte di sé torse.
per lo novo cammin, tu ne conduci»,
dicea, «come condur si vuol quinc’ entro.
s’altra ragione in contrario non ponta,
esser dien sempre li tuoi raggi duci».
tanto di là eravam noi già iti,
con poco tempo, per la voglia pronta;
non però visti, spiriti parlando
a la mensa d’amor cortesi inviti.
‘Vinum non habent’ altamente disse,
e dietro a noi l’andò reïterando.
per allungarsi, un’altra ‘I’ sono Oreste’
passò gridando, e anco non s’affisse.
E com’ io domandai, ecco la terza
dicendo: ‘Amate da cui male aveste’.
la colpa de la invidia, e però sono
tratte d’amor le corde de la ferza.
credo che l’udirai, per mio avviso,
prima che giunghi al passo del perdono.
e vedrai gente innanzi a noi sedersi,
e ciascun è lungo la grotta assiso».
guarda’mi innanzi, e vidi ombre con manti
al color de la pietra non diversi.
udia gridar: ‘Maria, òra per noi’:
gridar ‘Michele’ e ‘Pietro’ e ‘Tutti santi’.
omo sì duro, che non fosse punto
per compassion di quel ch’i’ vidi poi;
che li atti loro a me venivan certi,
per li occhi fui di grave dolor munto.
e l’un sofferia l’altro con la spalla,
e tutti da la ripa eran sofferti.
stanno a’ perdoni a chieder lor bisogna,
e l’uno il capo sopra l’altro avvalla,
non pur per lo sonar de le parole,
ma per la vista che non meno agogna.
così a l’ombre quivi, ond’ io parlo ora,
luce del ciel di sé largir non vole;
e cusce sì, come a sparvier selvaggio
si fa però che queto non dimora.
veggendo altrui, non essendo veduto:
per ch’io mi volsi al mio consiglio saggio.
e però non attese mia dimanda,
ma disse: «Parla, e sie breve e arguto».
de la cornice onde cader si puote,
perché da nulla sponda s’inghirlanda;
ombre, che per l’orribile costura
premevan sì, che bagnavan le gote.
incominciai, «di veder l’alto lume
che ’l disio vostro solo ha in sua cura,
di vostra coscïenza sì che chiaro
per essa scenda de la mente il fiume,
s’anima è qui tra voi che sia latina;
e forse lei sarà buon s’i’ l’apparo».
d’una vera città; ma tu vuo’ dire
che vivesse in Italia peregrina».
più innanzi alquanto che là dov’ io stava,
ond’ io mi feci ancor più là sentire.
in vista; e se volesse alcun dir ‘Come?’,
lo mento a guisa d’orbo in sù levava.
se tu se’ quelli che mi rispondesti,
fammiti conto o per luogo o per nome».
altri rimendo qui la vita ria,
lagrimando a colui che sé ne presti.
fossi chiamata, e fui de li altrui danni
più lieta assai che di ventura mia.
odi s’i’ fui, com’ io ti dico, folle,
già discendendo l’arco d’i miei anni.
in campo giunti co’ loro avversari,
e io pregava Iddio di quel ch’e’ volle.
passi di fuga; e veggendo la caccia,
letizia presi a tutte altre dispari,
gridando a Dio: “Omai più non ti temo!”,
come fé ’l merlo per poca bonaccia.
de la mia vita; e ancor non sarebbe
lo mio dover per penitenza scemo,
Pier Pettinaio in sue sante orazioni,
a cui di me per caritate increbbe.
vai dimandando, e porti li occhi sciolti,
sì com’ io credo, e spirando ragioni?».
ma picciol tempo, ché poca è l’offesa
fatta per esser con invidia vòlti.
l’anima mia del tormento di sotto,
che già lo ’ncarco di là giù mi pesa».
qua sù tra noi, se giù ritornar credi?».
E io: «Costui ch’è meco e non fa motto.
spirito eletto, se tu vuo’ ch’i’ mova
di là per te ancor li mortai piedi».
rispuose, «che gran segno è che Dio t’ami;
però col priego tuo talor mi giova.
se mai calchi la terra di Toscana,
che a’ miei propinqui tu ben mi rinfami.
che spera in Talamone, e perderagli
più di speranza ch’a trovar la Diana;Purgatorio
Canto XIV
prima che morte li abbia dato il volo,
e apre li occhi a sua voglia e coverchia?».
domandal tu che più li t’avvicini,
e dolcemente, sì che parli, acco’lo».
ragionavan di me ivi a man dritta;
poi fer li visi, per dirmi, supini;
nel corpo ancora inver’ lo ciel ten vai,
per carità ne consola e ne ditta
tanto maravigliar de la tua grazia,
quanto vuol cosa che non fu più mai».
un fiumicel che nasce in Falterona,
e cento miglia di corso nol sazia.
dirvi ch’i’ sia, saria parlare indarno,
ché ’l nome mio ancor molto non suona».
con lo ’ntelletto», allora mi rispuose
quei che diceva pria, «tu parli d’Arno».
questi il vocabol di quella riviera,
pur com’ om fa de l’orribili cose?».
si sdebitò così: «Non so; ma degno
ben è che ’l nome di tal valle pèra;
l’alpestro monte ond’ è tronco Peloro,
che ’n pochi luoghi passa oltra quel segno,
di quel che ’l ciel de la marina asciuga,
ond’ hanno i fiumi ciò che va con loro,
da tutti come biscia, o per sventura
del luogo, o per mal uso che li fruga:
li abitator de la misera valle,
che par che Circe li avesse in pastura.
che d’altro cibo fatto in uman uso,
dirizza prima il suo povero calle.
ringhiosi più che non chiede lor possa,
e da lor disdegnosa torce il muso.
tanto più trova di can farsi lupi
la maladetta e sventurata fossa.
trova le volpi sì piene di froda,
che non temono ingegno che le occùpi.
e buon sarà costui, s’ancor s’ammenta
di ciò che vero spirto mi disnoda.
cacciator di quei lupi in su la riva
del fiero fiume, e tutti li sgomenta.
poscia li ancide come antica belva;
molti di vita e sé di pregio priva.
lasciala tal, che di qui a mille anni
ne lo stato primaio non si rinselva».
si turba il viso di colui ch’ascolta,
da qual che parte il periglio l’assanni,
stava a udir, turbarsi e farsi trista,
poi ch’ebbe la parola a sé raccolta.
mi fer voglioso di saper lor nomi,
e dimanda ne fei con prieghi mista;
ricominciò: «Tu vuo’ ch’io mi deduca
nel fare a te ciò che tu far non vuo’mi.
tanto sua grazia, non ti sarò scarso;
però sappi ch’io fui Guido del Duca.
che se veduto avesse uom farsi lieto,
visto m’avresti di livore sparso.
o gente umana, perché poni ’l core
là ’v’ è mestier di consorte divieto?
de la casa da Calboli, ove nullo
fatto s’è reda poi del suo valore.
tra ’l Po e ’l monte e la marina e ’l Reno,
del ben richesto al vero e al trastullo;
di venenosi sterpi, sì che tardi
per coltivare omai verrebber meno.
Pier Traversaro e Guido di Carpigna?
Oh Romagnuoli tornati in bastardi!
quando in Faenza un Bernardin di Fosco,
verga gentil di picciola gramigna?
quando rimembro, con Guido da Prata,
Ugolin d’Azzo che vivette nosco,
la casa Traversara e li Anastagi
(e l’una gente e l’altra è diretata),
che ne ’nvogliava amore e cortesia
là dove i cuor son fatti sì malvagi.
poi che gita se n’è la tua famiglia
e molta gente per non esser ria?
e mal fa Castrocaro, e peggio Conio,
che di figliar tai conti più s’impiglia.
lor sen girà; ma non però che puro
già mai rimagna d’essi testimonio.
è ’l nome tuo, da che più non s’aspetta
chi far lo possa, tralignando, scuro.
troppo di pianger più che di parlare,
sì m’ha nostra ragion la mente stretta».
ci sentivano andar; però, tacendo,
facëan noi del cammin confidare.
folgore parve quando l’aere fende,
voce che giunse di contra dicendo:
e fuggì come tuon che si dilegua,
se sùbito la nuvola scoscende.
ed ecco l’altra con sì gran fracasso,
che somigliò tonar che tosto segua:
e allor, per ristrignermi al poeta,
in destro feci, e non innanzi, il passo.
ed el mi disse: «Quel fu ’l duro camo
che dovria l’uom tener dentro a sua meta.
de l’antico avversaro a sé vi tira;
e però poco val freno o richiamo.
mostrandovi le sue bellezze etterne,
e l’occhio vostro pur a terra mira;Purgatorio
Canto XV
e ’l principio del dì par de la spera
che sempre a guisa di fanciullo scherza,
essere al sol del suo corso rimaso;
vespero là, e qui mezza notte era.
perché per noi girato era sì ’l monte,
che già dritti andavamo inver’ l’occaso,
a lo splendore assai più che di prima,
e stupor m’eran le cose non conte;
de le mie ciglia, e fecimi ’l solecchio,
che del soverchio visibile lima.
salta lo raggio a l’opposita parte,
salendo su per lo modo parecchio
dal cader de la pietra in igual tratta,
sì come mostra esperïenza e arte;
quivi dinanzi a me esser percosso;
per che a fuggir la mia vista fu ratta.
schermar lo viso tanto che mi vaglia»,
diss’ io, «e pare inver’ noi esser mosso?».
la famiglia del cielo», a me rispuose:
«messo è che viene ad invitar ch’om saglia.
non ti fia grave, ma fieti diletto
quanto natura a sentir ti dispuose».
con lieta voce disse: «Intrate quinci
ad un scaleo vie men che li altri eretto».
e ‘Beati misericordes!’ fue
cantato retro, e ‘Godi tu che vinci!’.
suso andavamo; e io pensai, andando,
prode acquistar ne le parole sue;
«Che volse dir lo spirto di Romagna,
e ‘divieto’ e ‘consorte’ menzionando?».
conosce il danno; e però non s’ammiri
se ne riprende perché men si piagna.
dove per compagnia parte si scema,
invidia move il mantaco a’ sospiri.
torcesse in suso il disiderio vostro,
non vi sarebbe al petto quella tema;
tanto possiede più di ben ciascuno,
e più di caritate arde in quel chiostro».
diss’ io, «che se mi fosse pria taciuto,
e più di dubbio ne la mente aduno.
in più posseditor, faccia più ricchi
di sé che se da pochi è posseduto?».
la mente pur a le cose terrene,
di vera luce tenebre dispicchi.
che là sù è, così corre ad amore
com’ a lucido corpo raggio vene.
sì che, quantunque carità si stende,
cresce sovr’ essa l’etterno valore.
più v’è da bene amare, e più vi s’ama,
e come specchio l’uno a l’altro rende.
vedrai Beatrice, ed ella pienamente
ti torrà questa e ciascun’ altra brama.
come son già le due, le cinque piaghe,
che si richiudon per esser dolente».
vidimi giunto in su l’altro girone,
sì che tacer mi fer le luci vaghe.
estatica di sùbito esser tratto,
e vedere in un tempio più persone;
dolce di madre dicer: «Figliuol mio,
perché hai tu così verso noi fatto?
ti cercavamo». E come qui si tacque,
ciò che pareva prima, dispario.
giù per le gote che ’l dolor distilla
quando di gran dispetto in altrui nacque,
del cui nome ne’ dèi fu tanta lite,
e onde ogne scïenza disfavilla,
ch’abbracciar nostra figlia, o Pisistràto».
E ’l segnor mi parea, benigno e mite,
«Che farem noi a chi mal ne disira,
se quei che ci ama è per noi condannato?»,
con pietre un giovinetto ancider, forte
gridando a sé pur: «Martira, martira!».
che l’aggravava già, inver’ la terra,
ma de li occhi facea sempre al ciel porte,
che perdonasse a’ suoi persecutori,
con quello aspetto che pietà diserra.
a le cose che son fuor di lei vere,
io riconobbi i miei non falsi errori.
far sì com’ om che dal sonno si slega,
disse: «Che hai che non ti puoi tenere,
velando li occhi e con le gambe avvolte,
a guisa di cui vino o sonno piega?».
io ti dirò», diss’ io, «ciò che m’apparve
quando le gambe mi furon sì tolte».
sovra la faccia, non mi sarian chiuse
le tue cogitazion, quantunque parve.
d’aprir lo core a l’acque de la pace
che da l’etterno fonte son diffuse.
chi guarda pur con l’occhio che non vede,
quando disanimato il corpo giace;
così frugar conviensi i pigri, lenti
ad usar lor vigilia quando riede».
oltre quanto potean li occhi allungarsi
contra i raggi serotini e lucenti.
verso di noi come la notte oscuro;
né da quello era loco da cansarsi.Purgatorio
Canto XVI
d’ogne pianeto, sotto pover cielo,
quant’ esser può di nuvol tenebrata,
come quel fummo ch’ivi ci coperse,
né a sentir di così aspro pelo,
onde la scorta mia saputa e fida
mi s’accostò e l’omero m’offerse.
per non smarrirsi e per non dar di cozzo
in cosa che ’l molesti, o forse ancida,
ascoltando il mio duca che diceva
pur: «Guarda che da me tu non sia mozzo».
pregar per pace e per misericordia
l’Agnel di Dio che le peccata leva.
una parola in tutte era e un modo,
sì che parea tra esse ogne concordia.
diss’ io. Ed elli a me: «Tu vero apprendi,
e d’iracundia van solvendo il nodo».
e di noi parli pur come se tue
partissi ancor lo tempo per calendi?».
onde ’l maestro mio disse: «Rispondi,
e domanda se quinci si va sùe».
per tornar bella a colui che ti fece,
maraviglia udirai, se mi secondi».
rispuose; «e se veder fummo non lascia,
l’udir ci terrà giunti in quella vece».
che la morte dissolve men vo suso,
e venni qui per l’infernale ambascia.
tanto che vuol ch’i’ veggia la sua corte
per modo tutto fuor del moderno uso,
ma dilmi, e dimmi s’i’ vo bene al varco;
e tue parole fier le nostre scorte».
del mondo seppi, e quel valore amai
al quale ha or ciascun disteso l’arco.
Così rispuose, e soggiunse: «I’ ti prego
che per me prieghi quando sù sarai».
di far ciò che mi chiedi; ma io scoppio
dentro ad un dubbio, s’io non me ne spiego.
ne la sentenza tua, che mi fa certo
qui, e altrove, quello ov’ io l’accoppio.
d’ogne virtute, come tu mi sone,
e di malizia gravido e coverto;
sì ch’i’ la veggia e ch’i’ la mostri altrui;
ché nel cielo uno, e un qua giù la pone».
mise fuor prima; e poi cominciò: «Frate,
lo mondo è cieco, e tu vien ben da lui.
pur suso al cielo, pur come se tutto
movesse seco di necessitate.
libero arbitrio, e non fora giustizia
per ben letizia, e per male aver lutto.
non dico tutti, ma, posto ch’i’ ’l dica,
lume v’è dato a bene e a malizia,
ne le prime battaglie col ciel dura,
poi vince tutto, se ben si notrica.
liberi soggiacete; e quella cria
la mente in voi, che ’l ciel non ha in sua cura.
in voi è la cagione, in voi si cheggia;
e io te ne sarò or vera spia.
prima che sia, a guisa di fanciulla
che piangendo e ridendo pargoleggia,
salvo che, mossa da lieto fattore,
volontier torna a ciò che la trastulla.
quivi s’inganna, e dietro ad esso corre,
se guida o fren non torce suo amore.
convenne rege aver, che discernesse
de la vera cittade almen la torre.
Nullo, però che ’l pastor che procede,
rugumar può, ma non ha l’unghie fesse;
pur a quel ben fedire ond’ ella è ghiotta,
di quel si pasce, e più oltre non chiede.
è la cagion che ’l mondo ha fatto reo,
e non natura che ’n voi sia corrotta.
due soli aver, che l’una e l’altra strada
facean vedere, e del mondo e di Deo.
col pasturale, e l’un con l’altro insieme
per viva forza mal convien che vada;
se non mi credi, pon mente a la spiga,
ch’ogn’ erba si conosce per lo seme.
solea valore e cortesia trovarsi,
prima che Federigo avesse briga;
per qualunque lasciasse, per vergogna
di ragionar coi buoni o d’appressarsi.
l’antica età la nova, e par lor tardo
che Dio a miglior vita li ripogna:
e Guido da Castel, che mei si noma,
francescamente, il semplice Lombardo.
per confondere in sé due reggimenti,
cade nel fango, e sé brutta e la soma».
e or discerno perché dal retaggio
li figli di Levì furono essenti.
di’ ch’è rimaso de la gente spenta,
in rimprovèro del secol selvaggio?».
rispuose a me; «ché, parlandomi tosco,
par che del buon Gherardo nulla senta.
s’io nol togliessi da sua figlia Gaia.
Dio sia con voi, ché più non vegno vosco.
già biancheggiare, e me convien partirmi
(l’angelo è ivi) prima ch’io li paia».Purgatorio
Canto XVII
ti colse nebbia per la qual vedessi
non altrimenti che per pelle talpe,
a diradar cominciansi, la spera
del sol debilemente entra per essi;
in giugnere a veder com’ io rividi
lo sole in pria, che già nel corcar era.
del mio maestro, usci’ fuor di tal nube
ai raggi morti già ne’ bassi lidi.
talvolta sì di fuor, ch’om non s’accorge
perché dintorno suonin mille tube,
Moveti lume che nel ciel s’informa,
per sé o per voler che giù lo scorge.
ne l’uccel ch’a cantar più si diletta,
ne l’imagine mia apparve l’orma;
dentro da sé, che di fuor non venìa
cosa che fosse allor da lei ricetta.
un crucifisso, dispettoso e fero
ne la sua vista, e cotal si moria;
Estèr sua sposa e ’l giusto Mardoceo,
che fu al dire e al far così intero.
sé per sé stessa, a guisa d’una bulla
cui manca l’acqua sotto qual si feo,
piangendo forte, e dicea: «O regina,
perché per ira hai voluto esser nulla?
or m’hai perduta! Io son essa che lutto,
madre, a la tua pria ch’a l’altrui ruina».
nova luce percuote il viso chiuso,
che fratto guizza pria che muoia tutto;
tosto che lume il volto mi percosse,
maggior assai che quel ch’è in nostro uso.
quando una voce disse «Qui si monta»,
che da ogne altro intento mi rimosse;
di riguardar chi era che parlava,
che mai non posa, se non si raffronta.
e per soverchio sua figura vela,
così la mia virtù quivi mancava.
via da ir sù ne drizza sanza prego,
e col suo lume sé medesmo cela.
ché quale aspetta prego e l’uopo vede,
malignamente già si mette al nego.
procacciam di salir pria che s’abbui,
ché poi non si poria, se ’l dì non riede».
volgemmo i nostri passi ad una scala;
e tosto ch’io al primo grado fui,
e ventarmi nel viso e dir: ‘Beati
pacifici, che son sanz’ ira mala!’.
li ultimi raggi che la notte segue,
che le stelle apparivan da più lati.
fra me stesso dicea, ché mi sentiva
la possa de le gambe posta in triegue.
la scala sù, ed eravamo affissi,
pur come nave ch’a la piaggia arriva.
alcuna cosa nel novo girone;
poi mi volsi al maestro mio, e dissi:
si purga qui nel giro dove semo?
Se i piè si stanno, non stea tuo sermone».
del suo dover, quiritta si ristora;
qui si ribatte il mal tardato remo.
volgi la mente a me, e prenderai
alcun buon frutto di nostra dimora».
cominciò el, «figliuol, fu sanza amore,
o naturale o d’animo; e tu ’l sai.
ma l’altro puote errar per malo obietto
o per troppo o per poco di vigore.
e ne’ secondi sé stesso misura,
esser non può cagion di mal diletto;
o con men che non dee corre nel bene,
contra ’l fattore adovra sua fattura.
amor sementa in voi d’ogne virtute
e d’ogne operazion che merta pene.
amor del suo subietto volger viso,
da l’odio proprio son le cose tute;
e per sé stante, alcuno esser dal primo,
da quello odiare ogne effetto è deciso.
che ’l mal che s’ama è del prossimo; ed esso
amor nasce in tre modi in vostro limo.
spera eccellenza, e sol per questo brama
ch’el sia di sua grandezza in basso messo;
teme di perder perch’ altri sormonti,
onde s’attrista sì che ’l contrario ama;
sì che si fa de la vendetta ghiotto,
e tal convien che ’l male altrui impronti.
si piange: or vo’ che tu de l’altro intende,
che corre al ben con ordine corrotto.
nel qual si queti l’animo, e disira;
per che di giugner lui ciascun contende.
o a lui acquistar, questa cornice,
dopo giusto penter, ve ne martira.
non è felicità, non è la buona
essenza, d’ogne ben frutto e radice.
di sovr’ a noi si piange per tre cerchi;
ma come tripartito si ragiona,Purgatorio
Canto XVIII
l’alto dottore, e attento guardava
ne la mia vista s’io parea contento;
di fuor tacea, e dentro dicea: ‘Forse
lo troppo dimandar ch’io fo li grava’.
del timido voler che non s’apriva,
parlando, di parlare ardir mi porse.
sì nel tuo lume, ch’io discerno chiaro
quanto la tua ragion parta o descriva.
che mi dimostri amore, a cui reduci
ogne buono operare e ’l suo contraro».
de lo ’ntelletto, e fieti manifesto
l’error de’ ciechi che si fanno duci.
ad ogne cosa è mobile che piace,
tosto che dal piacere in atto è desto.
tragge intenzione, e dentro a voi la spiega,
sì che l’animo ad essa volger face;
quel piegare è amor, quell’ è natura
che per piacer di novo in voi si lega.
per la sua forma ch’è nata a salire
là dove più in sua matera dura,
ch’è moto spiritale, e mai non posa
fin che la cosa amata il fa gioire.
la veritate a la gente ch’avvera
ciascun amore in sé laudabil cosa;
sempre esser buona, ma non ciascun segno
è buono, ancor che buona sia la cera».
rispuos’ io lui, «m’hanno amor discoverto,
ma ciò m’ha fatto di dubbiar più pregno;
e l’anima non va con altro piede,
se dritta o torta va, non è suo merto».
dir ti poss’ io; da indi in là t’aspetta
pur a Beatrice, ch’è opra di fede.
è da matera ed è con lei unita,
specifica vertute ha in sé colletta,
né si dimostra mai che per effetto,
come per verdi fronde in pianta vita.
de le prime notizie, omo non sape,
e de’ primi appetibili l’affetto,
di far lo mele; e questa prima voglia
merto di lode o di biasmo non cape.
innata v’è la virtù che consiglia,
e de l’assenso de’ tener la soglia.
ragion di meritare in voi, secondo
che buoni e rei amori accoglie e viglia.
s’accorser d’esta innata libertate;
però moralità lasciaro al mondo.
surga ogne amor che dentro a voi s’accende,
di ritenerlo è in voi la podestate.
per lo libero arbitrio, e però guarda
che l’abbi a mente, s’a parlar ten prende».
facea le stelle a noi parer più rade,
fatta com’ un secchion che tuttor arda;
che ’l sole infiamma allor che quel da Roma
tra ’ Sardi e ’ Corsi il vede quando cade.
Pietola più che villa mantoana,
del mio carcar diposta avea la soma;
sovra le mie quistioni avea ricolta,
stava com’ om che sonnolento vana.
subitamente da gente che dopo
le nostre spalle a noi era già volta.
lungo di sè di notte furia e calca,
pur che i Teban di Bacco avesser uopo,
per quel ch’io vidi di color, venendo,
cui buon volere e giusto amor cavalca.
si movea tutta quella turba magna;
e due dinanzi gridavan piangendo:
e Cesare, per soggiogare Ilerda,
punse Marsilia e poi corse in Ispagna».
per poco amor», gridavan li altri appresso,
«che studio di ben far grazia rinverda».
ricompie forse negligenza e indugio
da voi per tepidezza in ben far messo,
vuole andar sù, pur che ’l sol ne riluca;
però ne dite ond’ è presso il pertugio».
e un di quelli spirti disse: «Vieni
di retro a noi, e troverai la buca.
che restar non potem; però perdona,
se villania nostra giustizia tieni.
sotto lo ’mperio del buon Barbarossa,
di cui dolente ancor Milan ragiona.
che tosto piangerà quel monastero,
e tristo fia d’avere avuta possa;
e de la mente peggio, e che mal nacque,
ha posto in loco di suo pastor vero».
tant’ era già di là da noi trascorso;
ma questo intesi, e ritener mi piacque.
disse: «Volgiti qua: vedine due
venir dando a l’accidïa di morso».
morta la gente a cui il mar s’aperse,
che vedesse Iordan le rede sue.
fino a la fine col figlio d’Anchise,
sé stessa a vita sanza gloria offerse».
quell’ ombre, che veder più non potiersi,
novo pensiero dentro a me si mise,
e tanto d’uno in altro vaneggiai,
che li occhi per vaghezza ricopersi,Purgatorio
Canto XIX
intepidar più ’l freddo de la luna,
vinto da terra, e talor da Saturno
veggiono in orïente, innanzi a l’alba,
surger per via che poco le sta bruna—,
ne li occhi guercia, e sovra i piè distorta,
con le man monche, e di colore scialba.
le fredde membra che la notte aggrava,
così lo sguardo mio le facea scorta
in poco d’ora, e lo smarrito volto,
com’ amor vuol, così le colorava.
cominciava a cantar sì, che con pena
da lei avrei mio intento rivolto.
che ’ marinari in mezzo mar dismago;
tanto son di piacere a sentir piena!
al canto mio; e qual meco s’ausa,
rado sen parte; sì tutto l’appago!».
quand’ una donna apparve santa e presta
lunghesso me per far colei confusa.
fieramente dicea; ed el venìa
con li occhi fitti pur in quella onesta.
fendendo i drappi, e mostravami ’l ventre;
quel mi svegliò col puzzo che n’uscia.
voci t’ho messe!», dicea, «Surgi e vieni;
troviam l’aperta per la qual tu entre».
de l’alto dì i giron del sacro monte,
e andavam col sol novo a le reni.
come colui che l’ha di pensier carca,
che fa di sé un mezzo arco di ponte;
parlare in modo soave e benigno,
qual non si sente in questa mortal marca.
volseci in sù colui che sì parlonne
tra due pareti del duro macigno.
‘Qui lugent’ affermando esser beati,
ch’avran di consolar l’anime donne.
la guida mia incominciò a dirmi,
poco amendue da l’angel sormontati.
novella visïon ch’a sé mi piega,
sì ch’io non posso dal pensar partirmi».
che sola sovr’ a noi omai si piagne;
vedesti come l’uom da lei si slega.
li occhi rivolgi al logoro che gira
lo rege etterno con le rote magne».
indi si volge al grido e si protende
per lo disio del pasto che là il tira,
la roccia per dar via a chi va suso,
n’andai infin dove ’l cerchiar si prende.
vidi gente per esso che piangea,
giacendo a terra tutta volta in giuso.
sentia dir lor con sì alti sospiri,
che la parola a pena s’intendea.
e giustizia e speranza fa men duri,
drizzate noi verso li alti saliri».
e volete trovar la via più tosto,
le vostre destre sien sempre di fori».
poco dinanzi a noi ne fu; per ch’io
nel parlare avvisai l’altro nascosto,
ond’ elli m’assentì con lieto cenno
ciò che chiedea la vista del disio.
trassimi sovra quella creatura
le cui parole pria notar mi fenno,
quel sanza ’l quale a Dio tornar non pòssi,
sosta un poco per me tua maggior cura.
al sù, mi dì, e se vuo’ ch’io t’impetri
cosa di là ond’ io vivendo mossi».
rivolga il cielo a sé, saprai; ma prima
scias quod ego fui successor Petri.
una fiumana bella, e del suo nome
lo titol del mio sangue fa sua cima.
pesa il gran manto a chi dal fango il guarda,
che piuma sembran tutte l’altre some.
ma, come fatto fui roman pastore,
così scopersi la vita bugiarda.
né più salir potiesi in quella vita;
per che di questa in me s’accese amore.
da Dio anima fui, del tutto avara;
or, come vedi, qui ne son punita.
in purgazion de l’anime converse;
e nulla pena il monte ha più amara.
in alto, fisso a le cose terrene,
così giustizia qui a terra il merse.
lo nostro amore, onde operar perdési,
così giustizia qui stretti ne tene,
e quanto fia piacer del giusto Sire,
tanto staremo immobili e distesi».
ma com’ io cominciai ed el s’accorse,
solo ascoltando, del mio reverire,
E io a lui: «Per vostra dignitate
mia coscïenza dritto mi rimorse».
rispuose; «non errar: conservo sono
teco e con li altri ad una podestate.
che dice ‘Neque nubent’ intendesti,
ben puoi veder perch’ io così ragiono.
ché la tua stanza mio pianger disagia,
col qual maturo ciò che tu dicesti.
buona da sé, pur che la nostra casa
non faccia lei per essempro malvagia;Purgatorio
Canto XX
onde contra ’l piacer mio, per piacerli,
trassi de l’acqua non sazia la spugna.
luoghi spediti pur lungo la roccia,
come si va per muro stretto a’ merli;
per li occhi il mal che tutto ’l mondo occupa,
da l’altra parte in fuor troppo s’approccia.
che più che tutte l’altre bestie hai preda
per la tua fame sanza fine cupa!
le condizion di qua giù trasmutarsi,
quando verrà per cui questa disceda?
e io attento a l’ombre, ch’i’ sentia
pietosamente piangere e lagnarsi;
dinanzi a noi chiamar così nel pianto
come fa donna che in parturir sia;
quanto veder si può per quello ospizio
dove sponesti il tuo portato santo».
con povertà volesti anzi virtute
che gran ricchezza posseder con vizio».
ch’io mi trassi oltre per aver contezza
di quello spirto onde parean venute.
che fece Niccolò a le pulcelle,
per condurre ad onor lor giovinezza.
dimmi chi fosti», dissi, «e perché sola
tu queste degne lode rinovelle.
s’io ritorno a compiér lo cammin corto
di quella vita ch’al termine vola».
ch’io attenda di là, ma perché tanta
grazia in te luce prima che sie morto.
che la terra cristiana tutta aduggia,
sì che buon frutto rado se ne schianta.
potesser, tosto ne saria vendetta;
e io la cheggio a lui che tutto giuggia.
di me son nati i Filippi e i Luigi
per cui novellamente è Francia retta.
quando li regi antichi venner meno
tutti, fuor ch’un renduto in panni bigi,
del governo del regno, e tanta possa
di nuovo acquisto, e sì d’amici pieno,
la testa di mio figlio fu, dal quale
cominciar di costor le sacrate ossa.
al sangue mio non tolse la vergogna,
poco valea, ma pur non facea male.
la sua rapina; e poscia, per ammenda,
Pontì e Normandia prese e Guascogna.
vittima fé di Curradino; e poi
ripinse al ciel Tommaso, per ammenda.
che tragge un altro Carlo fuor di Francia,
per far conoscer meglio e sé e ’ suoi.
con la qual giostrò Giuda, e quella ponta
sì, ch’a Fiorenza fa scoppiar la pancia.
guadagnerà, per sé tanto più grave,
quanto più lieve simil danno conta.
veggio vender sua figlia e patteggiarne
come fanno i corsar de l’altre schiave.
poscia c’ha’ il mio sangue a te sì tratto,
che non si cura de la propria carne?
veggio in Alagna intrar lo fiordaliso,
e nel vicario suo Cristo esser catto.
veggio rinovellar l’aceto e ’l fiele,
e tra vivi ladroni esser anciso.
che ciò nol sazia, ma sanza decreto
portar nel Tempio le cupide vele.
a veder la vendetta che, nascosa,
fa dolce l’ira tua nel tuo secreto?
de lo Spirito Santo e che ti fece
verso me volger per alcuna chiosa,
quanto ’l dì dura; ma com’ el s’annotta,
contrario suon prendemo in quella vece.
cui traditore e ladro e paricida
fece la voglia sua de l’oro ghiotta;
che seguì a la sua dimanda gorda,
per la qual sempre convien che si rida.
come furò le spoglie, sì che l’ira
di Iosüè qui par ch’ancor lo morda.
lodiam i calci ch’ebbe Elïodoro;
e in infamia tutto ’l monte gira
ultimamente ci si grida: “Crasso,
dilci, che ’l sai: di che sapore è l’oro?”.
secondo l’affezion ch’ad ir ci sprona
ora a maggiore e ora a minor passo:
dianzi non era io sol; ma qui da presso
non alzava la voce altra persona».
e brigavam di soverchiar la strada
tanto quanto al poder n’era permesso,
tremar lo monte; onde mi prese un gelo
qual prender suol colui ch’a morte vada.
pria che Latona in lei facesse ’l nido
a parturir li due occhi del cielo.
tal, che ’l maestro inverso me si feo,
dicendo: «Non dubbiar, mentr’ io ti guido».
dicean, per quel ch’io da’ vicin compresi,
onde intender lo grido si poteo.
come i pastor che prima udir quel canto,
fin che ’l tremar cessò ed el compiési.
guardando l’ombre che giacean per terra,
tornate già in su l’usato pianto.
mi fé desideroso di sapere,
se la memoria mia in ciò non erra,
né per la fretta dimandare er’ oso,
né per me lì potea cosa vedere:Purgatorio
Canto XXI
se non con l’acqua onde la femminetta
samaritana domandò la grazia,
per la ’mpacciata via dietro al mio duca,
e condoleami a la giusta vendetta.
che Cristo apparve a’ due ch’erano in via,
già surto fuor de la sepulcral buca,
dal piè guardando la turba che giace;
né ci addemmo di lei, sì parlò pria,
Noi ci volgemmo sùbiti, e Virgilio
rendéli ’l cenno ch’a ciò si conface.
ti ponga in pace la verace corte
che me rilega ne l’etterno essilio».
«se voi siete ombre che Dio sù non degni,
chi v’ha per la sua scala tanto scorte?».
che questi porta e che l’angel profila,
ben vedrai che coi buon convien ch’e’ regni.
non li avea tratta ancora la conocchia
che Cloto impone a ciascuno e compila,
venendo sù, non potea venir sola,
però ch’al nostro modo non adocchia.
d’inferno per mostrarli, e mosterrolli
oltre, quanto ’l potrà menar mia scola.
diè dianzi ’l monte, e perché tutto ad una
parve gridare infino a’ suoi piè molli».
del mio disio, che pur con la speranza
si fece la mia sete men digiuna.
ordine senta la religïone
de la montagna, o che sia fuor d’usanza.
di quel che ’l ciel da sé in sé riceve
esser ci puote, e non d’altro, cagione.
non rugiada, non brina più sù cade
che la scaletta di tre gradi breve;
né coruscar, né figlia di Taumante,
che di là cangia sovente contrade;
ch’al sommo d’i tre gradi ch’io parlai,
dov’ ha ’l vicario di Pietro le piante.
ma per vento che ’n terra si nasconda,
non so come, qua sù non tremò mai.
sentesi, sì che surga o che si mova
per salir sù; e tal grido seconda.
che, tutto libero a mutar convento,
l’alma sorprende, e di voler le giova.
che divina giustizia, contra voglia,
come fu al peccar, pone al tormento.
cinquecent’ anni e più, pur mo sentii
libera volontà di miglior soglia:
spiriti per lo monte render lode
a quel Segnor, che tosto sù li ’nvii».
tanto del ber quant’ è grande la sete,
non saprei dir quant’ el mi fece prode.
che qui vi ’mpiglia e come si scalappia,
perché ci trema e di che congaudete.
e perché tanti secoli giaciuto
qui se’, ne le parole tue mi cappia».
del sommo rege, vendicò le fóra
ond’ uscì ’l sangue per Giuda venduto,
era io di là», rispuose quello spirto,
«famoso assai, ma non con fede ancora.
che, tolosano, a sé mi trasse Roma,
dove mertai le tempie ornar di mirto.
cantai di Tebe, e poi del grande Achille;
ma caddi in via con la seconda soma.
che mi scaldar, de la divina fiamma
onde sono allumati più di mille;
fummi, e fummi nutrice, poetando:
sanz’ essa non fermai peso di dramma.
visse Virgilio, assentirei un sole
più che non deggio al mio uscir di bando».
con viso che, tacendo, disse ‘Taci’;
ma non può tutto la virtù che vuole;
a la passion di che ciascun si spicca,
che men seguon voler ne’ più veraci.
per che l’ombra si tacque, e riguardommi
ne li occhi ove ’l sembiante più si ficca;
disse, «perché la tua faccia testeso
un lampeggiar di riso dimostrommi?».
l’una mi fa tacer, l’altra scongiura
ch’io dica; ond’ io sospiro, e sono inteso
mi dice, «di parlar; ma parla e digli
quel ch’e’ dimanda con cotanta cura».
antico spirto, del rider ch’io fei;
ma più d’ammirazion vo’ che ti pigli.
è quel Virgilio dal qual tu togliesti
forte a cantar de li uomini e d’i dèi.
lasciala per non vera, ed esser credi
quelle parole che di lui dicesti».
al mio dottor, ma el li disse: «Frate,
non far, ché tu se’ ombra e ombra vedi».
comprender de l’amor ch’a te mi scalda,
quand’ io dismento nostra vanitate,Purgatorio
Canto XXII
l’angel che n’avea vòlti al sesto giro,
avendomi dal viso un colpo raso;
detto n’avea beati, e le sue voci
con ‘sitiunt’, sanz’ altro, ciò forniro.
m’andava, sì che sanz’ alcun labore
seguiva in sù li spiriti veloci;
acceso di virtù, sempre altro accese,
pur che la fiamma sua paresse fore;
nel limbo de lo ’nferno Giovenale,
che la tua affezion mi fé palese,
più strinse mai di non vista persona,
sì ch’or mi parran corte queste scale.
se troppa sicurtà m’allarga il freno,
e come amico omai meco ragiona:
loco avarizia, tra cotanto senno
di quanto per tua cura fosti pieno?».
un poco a riso pria; poscia rispuose:
«Ogne tuo dir d’amor m’è caro cenno.
che danno a dubitar falsa matera
per le vere ragion che son nascose.
esser ch’i’ fossi avaro in l’altra vita,
forse per quella cerchia dov’ io era.
troppo da me, e questa dismisura
migliaia di lunari hanno punita.
quand’ io intesi là dove tu chiame,
crucciato quasi a l’umana natura:
de l’oro, l’appetito de’ mortali?’,
voltando sentirei le giostre grame.
potean le mani a spendere, e pente’mi
così di quel come de li altri mali.
per ignoranza, che di questa pecca
toglie ’l penter vivendo e ne li stremi!
per dritta opposizione alcun peccato,
con esso insieme qui suo verde secca;
che piange l’avarizia, per purgarmi,
per lo contrario suo m’è incontrato».
de la doppia trestizia di Giocasta»,
disse ’l cantor de’ buccolici carmi,
non par che ti facesse ancor fedele
la fede, sanza qual ben far non basta.
ti stenebraron sì, che tu drizzasti
poscia di retro al pescator le vele?».
verso Parnaso a ber ne le sue grotte,
e prima appresso Dio m’alluminasti.
che porta il lume dietro e sé non giova,
ma dopo sé fa le persone dotte,
torna giustizia e primo tempo umano,
e progenïe scende da ciel nova’.
ma perché veggi mei ciò ch’io disegno,
a colorare stenderò la mano.
de la vera credenza, seminata
per li messaggi de l’etterno regno;
si consonava a’ nuovi predicanti;
ond’ io a visitarli presi usata.
che, quando Domizian li perseguette,
sanza mio lagrimar non fur lor pianti;
io li sovvenni, e i lor dritti costumi
fer dispregiare a me tutte altre sette.
di Tebe poetando, ebb’ io battesmo;
ma per paura chiuso cristian fu’mi,
e questa tepidezza il quarto cerchio
cerchiar mi fé più che ’l quarto centesmo.
che m’ascondeva quanto bene io dico,
mentre che del salire avem soverchio,
Cecilio e Plauto e Varro, se lo sai:
dimmi se son dannati, e in qual vico».
rispuose il duca mio, «siam con quel Greco
che le Muse lattar più ch’altri mai,
spesse fïate ragioniam del monte
che sempre ha le nutrice nostre seco.
Simonide, Agatone e altri piùe
Greci che già di lauro ornar la fronte.
Antigone, Deïfile e Argia,
e Ismene sì trista come fue.
èvvi la figlia di Tiresia, e Teti,
e con le suore sue Deïdamia».
di novo attenti a riguardar dintorno,
liberi da saliri e da pareti;
rimase a dietro, e la quinta era al temo,
drizzando pur in sù l’ardente corno,
le destre spalle volger ne convegna,
girando il monte come far solemo».
e prendemmo la via con men sospetto
per l’assentir di quell’ anima degna.
di retro, e ascoltava i lor sermoni,
ch’a poetar mi davano intelletto.
un alber che trovammo in mezza strada,
con pomi a odorar soavi e buoni;
di ramo in ramo, così quello in giuso,
cred’ io, perché persona sù non vada.
cadea de l’alta roccia un liquor chiaro
e si spandeva per le foglie suso.
e una voce per entro le fronde
gridò: «Di questo cibo avrete caro».
fosser le nozze orrevoli e intere,
ch’a la sua bocca, ch’or per voi risponde.
contente furon d’acqua; e Danïello
dispregiò cibo e acquistò savere.
fé savorose con fame le ghiande,
e nettare con sete ogne ruscello.
che nodriro il Batista nel diserto;
per ch’elli è glorïoso e tanto grandePurgatorio
Canto XXIII
ficcava ïo sì come far suole
chi dietro a li uccellin sua vita perde,
vienne oramai, ché ’l tempo che n’è imposto
più utilmente compartir si vuole».
appresso i savi, che parlavan sìe,
che l’andar mi facean di nullo costo.
‘Labïa mëa, Domine’ per modo
tal, che diletto e doglia parturìe.
comincia’ io; ed elli: «Ombre che vanno
forse di lor dover solvendo il nodo».
giugnendo per cammin gente non nota,
che si volgono ad essa e non restanno,
venendo e trapassando ci ammirava
d’anime turba tacita e devota.
palida ne la faccia, e tanto scema
che da l’ossa la pelle s’informava.
Erisittone fosse fatto secco,
per digiunar, quando più n’ebbe tema.
la gente che perdé Ierusalemme,
quando Maria nel figlio diè di becco!’
chi nel viso de li uomini legge ‘omo’
ben avria quivi conosciuta l’emme.
sì governasse, generando brama,
e quel d’un’acqua, non sappiendo como?
per la cagione ancor non manifesta
di lor magrezza e di lor trista squama,
volse a me li occhi un’ombra e guardò fiso;
poi gridò forte: «Qual grazia m’è questa?».
ma ne la voce sua mi fu palese
ciò che l’aspetto in sé avea conquiso.
mia conoscenza a la cangiata labbia,
e ravvisai la faccia di Forese.
che mi scolora», pregava, «la pelle,
né a difetto di carne ch’io abbia;
due anime che là ti fanno scorta;
non rimaner che tu non mi favelle!».
mi dà di pianger mo non minor doglia»,
rispuos’ io lui, «veggendola sì torta.
non mi far dir mentr’ io mi maraviglio,
ché mal può dir chi è pien d’altra voglia».
cade vertù ne l’acqua e ne la pianta
rimasa dietro ond’ io sì m’assottiglio.
per seguitar la gola oltra misura,
in fame e ’n sete qui si rifà santa.
l’odor ch’esce del pomo e de lo sprazzo
che si distende su per sua verdura.
girando, si rinfresca nostra pena:
io dico pena, e dovria dir sollazzo,
che menò Cristo lieto a dire ‘Elì’,
quando ne liberò con la sua vena».
nel qual mutasti mondo a miglior vita,
cinqu’ anni non son vòlti infino a qui.
di peccar più, che sovvenisse l’ora
del buon dolor ch’a Dio ne rimarita,
Io ti credea trovar là giù di sotto,
dove tempo per tempo si ristora».
a ber lo dolce assenzo d’i martìri
la Nella mia con suo pianger dirotto.
tratto m’ha de la costa ove s’aspetta,
e liberato m’ha de li altri giri.
la vedovella mia, che molto amai,
quanto in bene operare è più soletta;
ne le femmine sue più è pudica
che la Barbagia dov’ io la lasciai.
Tempo futuro m’è già nel cospetto,
cui non sarà quest’ ora molto antica,
a le sfacciate donne fiorentine
l’andar mostrando con le poppe il petto.
cui bisognasse, per farle ir coperte,
o spiritali o altre discipline?
di quel che ’l ciel veloce loro ammanna,
già per urlare avrian le bocche aperte;
prima fien triste che le guance impeli
colui che mo si consola con nanna.
vedi che non pur io, ma questa gente
tutta rimira là dove ’l sol veli».
qual fosti meco, e qual io teco fui,
ancor fia grave il memorar presente.
che mi va innanzi, l’altr’ ier, quando tonda
vi si mostrò la suora di colui»,
notte menato m’ha d’i veri morti
con questa vera carne che ’l seconda.
salendo e rigirando la montagna
che drizza voi che ’l mondo fece torti.
che io sarò là dove fia Beatrice;
quivi convien che sanza lui rimagna.
e addita’lo; «e quest’ altro è quell’ ombra
per cuï scosse dianzi ogne pendicePurgatorio
Canto XXIV
facea, ma ragionando andavam forte,
sì come nave pinta da buon vento;
per le fosse de li occhi ammirazione
traean di me, di mio vivere accorte.
dissi: «Ella sen va sù forse più tarda
che non farebbe, per altrui cagione.
dimmi s’io veggio da notar persona
tra questa gente che sì mi riguarda».
non so qual fosse più, trïunfa lieta
ne l’alto Olimpo già di sua corona».
di nominar ciascun, da ch’è sì munta
nostra sembianza via per la dïeta.
Bonagiunta da Lucca; e quella faccia
di là da lui più che l’altre trapunta
dal Torso fu, e purga per digiuno
l’anguille di Bolsena e la vernaccia».
e del nomar parean tutti contenti,
sì ch’io però non vidi un atto bruno.
Ubaldin da la Pila e Bonifazio
che pasturò col rocco molte genti.
già di bere a Forlì con men secchezza,
e sì fu tal, che non si sentì sazio.
più d’un che d’altro, fei a quel da Lucca,
che più parea di me aver contezza.
sentiv’ io là, ov’ el sentia la piaga
de la giustizia che sì li pilucca.
di parlar meco, fa sì ch’io t’intenda,
e te e me col tuo parlare appaga».
cominciò el, «che ti farà piacere
la mia città, come ch’om la riprenda.
se nel mio mormorar prendesti errore,
dichiareranti ancor le cose vere.
trasse le nove rime, cominciando
‘Donne ch’avete intelletto d’amore’».
Amor mi spira, noto, e a quel modo
ch’e’ ditta dentro vo significando».
che ’l Notaro e Guittone e me ritenne
di qua dal dolce stil novo ch’i’ odo!
di retro al dittator sen vanno strette,
che de le nostre certo non avvenne;
non vede più da l’uno a l’altro stilo»;
e, quasi contentato, si tacette.
alcuna volta in aere fanno schiera,
poi volan più a fretta e vanno in filo,
volgendo ’l viso, raffrettò suo passo,
e per magrezza e per voler leggera.
lascia andar li compagni, e sì passeggia
fin che si sfoghi l’affollar del casso,
Forese, e dietro meco sen veniva,
dicendo: «Quando fia ch’io ti riveggia?».
ma già non fïa il tornar mio tantosto,
ch’io non sia col voler prima a la riva;
di giorno in giorno più di ben si spolpa,
e a trista ruina par disposto».
vegg’ ïo a coda d’una bestia tratto
inver’ la valle ove mai non si scolpa.
crescendo sempre, fin ch’ella il percuote,
e lascia il corpo vilmente disfatto.
e drizzò li occhi al ciel, «che ti fia chiaro
ciò che ’l mio dir più dichiarar non puote.
in questo regno, sì ch’io perdo troppo
venendo teco sì a paro a paro».
lo cavalier di schiera che cavalchi,
e va per farsi onor del primo intoppo,
e io rimasi in via con esso i due
che fuor del mondo sì gran marescalchi.
che li occhi miei si fero a lui seguaci,
come la mente a le parole sue,
d’un altro pomo, e non molto lontani
per esser pur allora vòlto in laci.
e gridar non so che verso le fronde,
quasi bramosi fantolini e vani
ma, per fare esser ben la voglia acuta,
tien alto lor disio e nol nasconde.
e noi venimmo al grande arbore adesso,
che tanti prieghi e lagrime rifiuta.
legno è più sù che fu morso da Eva,
e questa pianta si levò da esso».
per che Virgilio e Stazio e io, ristretti,
oltre andavam dal lato che si leva.
nei nuvoli formati, che, satolli,
Tesëo combatter co’ doppi petti;
per che no i volle Gedeon compagni,
quando inver’ Madïan discese i colli».
passammo, udendo colpe de la gola
seguite già da miseri guadagni.
ben mille passi e più ci portar oltre,
contemplando ciascun sanza parola.
sùbita voce disse; ond’ io mi scossi
come fan bestie spaventate e poltre.
e già mai non si videro in fornace
vetri o metalli sì lucenti e rossi,
montare in sù, qui si convien dar volta;
quinci si va chi vuole andar per pace».
per ch’io mi volsi dietro a’ miei dottori,
com’ om che va secondo ch’elli ascolta.
l’aura di maggio movesi e olezza,
tutta impregnata da l’erba e da’ fiori;
la fronte, e ben senti’ mover la piuma,
che fé sentir d’ambrosïa l’orezza.
tanto di grazia, che l’amor del gusto
nel petto lor troppo disir non fuma,Purgatorio
Canto XXV
ché ’l sole avëa il cerchio di merigge
lasciato al Tauro e la notte a lo Scorpio:
ma vassi a la via sua, che che li appaia,
se di bisogno stimolo il trafigge,
uno innanzi altro prendendo la scala
che per artezza i salitor dispaia.
per voglia di volare, e non s’attenta
d’abbandonar lo nido, e giù la cala;
di dimandar, venendo infino a l’atto
che fa colui ch’a dicer s’argomenta.
lo dolce padre mio, ma disse: «Scocca
l’arco del dir, che ’nfino al ferro hai tratto».
e cominciai: «Come si può far magro
là dove l’uopo di nodrir non tocca?».
si consumò al consumar d’un stizzo,
non fora», disse, «a te questo sì agro;
guizza dentro a lo specchio vostra image,
ciò che par duro ti parrebbe vizzo.
ecco qui Stazio; e io lui chiamo e prego
che sia or sanator de le tue piage».
rispuose Stazio, «là dove tu sie,
discolpi me non potert’ io far nego».
figlio, la mente tua guarda e riceve,
lume ti fiero al come che tu die.
da l’assetate vene, e si rimane
quasi alimento che di mensa leve,
virtute informativa, come quello
ch’a farsi quelle per le vene vane.
tacer che dire; e quindi poscia geme
sovr’ altrui sangue in natural vasello.
l’un disposto a patire, e l’altro a fare
per lo perfetto loco onde si preme;
coagulando prima, e poi avviva
ciò che per sua matera fé constare.
qual d’una pianta, in tanto differente,
che questa è in via e quella è già a riva,
come spungo marino; e indi imprende
ad organar le posse ond’ è semente.
la virtù ch’è dal cor del generante,
dove natura a tutte membra intende.
non vedi tu ancor: quest’ è tal punto,
che più savio di te fé già errante,
da l’anima il possibile intelletto,
perché da lui non vide organo assunto.
e sappi che, sì tosto come al feto
l’articular del cerebro è perfetto,
sovra tant’ arte di natura, e spira
spirito novo, di vertù repleto,
in sua sustanzia, e fassi un’alma sola,
che vive e sente e sé in sé rigira.
guarda il calor del sole che si fa vino,
giunto a l’omor che de la vite cola.
solvesi da la carne, e in virtute
ne porta seco e l’umano e ’l divino:
memoria, intelligenza e volontade
in atto molto più che prima agute.
mirabilmente a l’una de le rive;
quivi conosce prima le sue strade.
la virtù formativa raggia intorno
così e quanto ne le membra vive.
per l’altrui raggio che ’n sé si reflette,
di diversi color diventa addorno;
e in quella forma ch’è in lui suggella
virtüalmente l’alma che ristette;
che segue il foco là ’vunque si muta,
segue lo spirto sua forma novella.
è chiamata ombra; e quindi organa poi
ciascun sentire infino a la veduta.
quindi facciam le lagrime e ’ sospiri
che per lo monte aver sentiti puoi.
e li altri affetti, l’ombra si figura;
e quest’ è la cagion di che tu miri».
s’era per noi, e vòlto a la man destra,
ed eravamo attenti ad altra cura.
e la cornice spira fiato in suso
che la reflette e via da lei sequestra;
ad uno ad uno; e io temëa ’l foco
quinci, e quindi temeva cader giuso.
si vuol tenere a li occhi stretto il freno,
però ch’errar potrebbesi per poco».
al grande ardore allora udi’ cantando,
che di volger mi fé caler non meno;
per ch’io guardava a loro e a’ miei passi
compartendo la vista a quando a quando.
gridavano alto: ‘Virum non cognosco’;
indi ricominciavan l’inno bassi.
si tenne Diana, ed Elice caccionne
che di Venere avea sentito il tòsco».
gridavano e mariti che fuor casti
come virtute e matrimonio imponne.
per tutto il tempo che ’l foco li abbruscia:
con tal cura conviene e con tai pastiPurgatorio
Canto XXVI
ce n’andavamo, e spesso il buon maestro
diceami: «Guarda: giovi ch’io ti scaltro»;
che già, raggiando, tutto l’occidente
mutava in bianco aspetto di cilestro;
parer la fiamma; e pur a tanto indizio
vidi molt’ ombre, andando, poner mente.
loro a parlar di me; e cominciarsi
a dir: «Colui non par corpo fittizio»;
certi si fero, sempre con riguardo
di non uscir dove non fosser arsi.
ma forse reverente, a li altri dopo,
rispondi a me che ’n sete e ’n foco ardo.
ché tutti questi n’hanno maggior sete
che d’acqua fredda Indo o Etïopo.
al sol, pur come tu non fossi ancora
di morte intrato dentro da la rete».
già manifesto, s’io non fossi atteso
ad altra novità ch’apparve allora;
venne gente col viso incontro a questa,
la qual mi fece a rimirar sospeso.
ciascun’ ombra e basciarsi una con una
sanza restar, contente a brieve festa;
s’ammusa l’una con l’altra formica,
forse a spïar lor via e lor fortuna.
prima che ’l primo passo lì trascorra,
sopragridar ciascuna s’affatica:
e l’altra: «Ne la vacca entra Pasife,
perché ’l torello a sua lussuria corra».
volasser parte, e parte inver’ l’arene,
queste del gel, quelle del sole schife,
e tornan, lagrimando, a’ primi canti
e al gridar che più lor si convene;
essi medesmi che m’avean pregato,
attenti ad ascoltar ne’ lor sembianti.
incominciai: «O anime sicure
d’aver, quando che sia, di pace stato,
le membra mie di là, ma son qui meco
col sangue suo e con le sue giunture.
donna è di sopra che m’acquista grazia,
per che ’l mortal per vostro mondo reco.
tosto divegna, sì che ’l ciel v’alberghi
ch’è pien d’amore e più ampio si spazia,
chi siete voi, e chi è quella turba
che se ne va di retro a’ vostri terghi».
lo montanaro, e rimirando ammuta,
quando rozzo e salvatico s’inurba,
ma poi che furon di stupore scarche,
lo qual ne li alti cuor tosto s’attuta,
ricominciò colei che pria m’inchiese,
«per morir meglio, esperïenza imbarche!
di ciò per che già Cesar, trïunfando,
“Regina” contra sé chiamar s’intese:
rimproverando a sé com’ hai udito,
e aiutan l’arsura vergognando.
ma perché non servammo umana legge,
seguendo come bestie l’appetito,
quando partinci, il nome di colei
che s’imbestiò ne le ’mbestiate schegge.
se forse a nome vuo’ saper chi semo,
tempo non è di dire, e non saprei.
son Guido Guinizzelli, e già mi purgo
per ben dolermi prima ch’a lo stremo».
si fer due figli a riveder la madre,
tal mi fec’ io, ma non a tanto insurgo,
mio e de li altri miei miglior che mai
rime d’amore usar dolci e leggiadre;
lunga fïata rimirando lui,
né, per lo foco, in là più m’appressai.
tutto m’offersi pronto al suo servigio
con l’affermar che fa credere altrui.
per quel ch’i’ odo, in me, e tanto chiaro,
che Letè nol può tòrre né far bigio.
dimmi che è cagion per che dimostri
nel dire e nel guardar d’avermi caro».
che, quanto durerà l’uso moderno,
faranno cari ancora i loro incostri».
col dito», e additò un spirto innanzi,
«fu miglior fabbro del parlar materno.
soverchiò tutti; e lascia dir li stolti
che quel di Lemosì credon ch’avanzi.
e così ferman sua oppinïone
prima ch’arte o ragion per lor s’ascolti.
di grido in grido pur lui dando pregio,
fin che l’ha vinto il ver con più persone.
che licito ti sia l’andare al chiostro
nel quale è Cristo abate del collegio,
quanto bisogna a noi di questo mondo,
dove poter peccar non è più nostro».
che presso avea, disparve per lo foco,
come per l’acqua il pesce andando al fondo.
e dissi ch’al suo nome il mio disire
apparecchiava grazïoso loco.
«Tan m’abellis vostre cortes deman,
qu’ieu no me puesc ni voill a vos cobrire.
consiros vei la passada folor,
e vei jausen lo joi qu’esper, denan.
que vos guida al som de l’escalina,
sovenha vos a temps de ma dolor!».Purgatorio
Canto XXVII
là dove il suo fattor lo sangue sparse,
cadendo Ibero sotto l’alta Libra,
sì stava il sole; onde ’l giorno sen giva,
come l’angel di Dio lieto ci apparse.
e cantava ‘Beati mundo corde!’
in voce assai più che la nostra viva.
anime sante, il foco: intrate in esso,
e al cantar di là non siate sorde»,
per ch’io divenni tal, quando lo ’ntesi,
qual è colui che ne la fossa è messo.
guardando il foco e imaginando forte
umani corpi già veduti accesi.
e Virgilio mi disse: «Figliuol mio,
qui può esser tormento, ma non morte.
sovresso Gerïon ti guidai salvo,
che farò ora presso più a Dio?
di questa fiamma stessi ben mille anni,
non ti potrebbe far d’un capel calvo.
fatti ver’ lei, e fatti far credenza
con le tue mani al lembo d’i tuoi panni.
volgiti in qua e vieni: entra sicuro!».
E io pur fermo e contra coscïenza.
turbato un poco disse: «Or vedi, figlio:
tra Bëatrice e te è questo muro».
Piramo in su la morte, e riguardolla,
allor che ’l gelso diventò vermiglio;
mi volsi al savio duca, udendo il nome
che ne la mente sempre mi rampolla.
volenci star di qua?»; indi sorrise
come al fanciul si fa ch’è vinto al pome.
pregando Stazio che venisse retro,
che pria per lunga strada ci divise.
gittato mi sarei per rinfrescarmi,
tant’ era ivi lo ’ncendio sanza metro.
pur di Beatrice ragionando andava,
dicendo: «Li occhi suoi già veder parmi».
di là; e noi, attenti pur a lei,
venimmo fuor là ove si montava.
sonò dentro a un lume che lì era,
tal che mi vinse e guardar nol potei.
non v’arrestate, ma studiate il passo,
mentre che l’occidente non si annera».
verso tal parte ch’io toglieva i raggi
dinanzi a me del sol ch’era già basso.
che ’l sol corcar, per l’ombra che si spense,
sentimmo dietro e io e li miei saggi.
fosse orizzonte fatto d’uno aspetto,
e notte avesse tutte sue dispense,
ché la natura del monte ci affranse
la possa del salir più e ’l diletto.
le capre, state rapide e proterve
sovra le cime avante che sien pranse,
guardate dal pastor, che ’n su la verga
poggiato s’è e lor di posa serve;
lungo il pecuglio suo queto pernotta,
guardando perché fiera non lo sperga;
io come capra, ed ei come pastori,
fasciati quinci e quindi d’alta grotta.
ma, per quel poco, vedea io le stelle
di lor solere e più chiare e maggiori.
mi prese il sonno; il sonno che sovente,
anzi che ’l fatto sia, sa le novelle.
prima raggiò nel monte Citerea,
che di foco d’amor par sempre ardente,
donna vedere andar per una landa
cogliendo fiori; e cantando dicea:
ch’i’ mi son Lia, e vo movendo intorno
le belle mani a farmi una ghirlanda.
ma mia suora Rachel mai non si smaga
dal suo miraglio, e siede tutto giorno.
com’ io de l’addornarmi con le mani;
lei lo vedere, e me l’ovrare appaga».
che tanto a’ pellegrin surgon più grati,
quanto, tornando, albergan men lontani,
e ’l sonno mio con esse; ond’ io leva’mi,
veggendo i gran maestri già levati.
cercando va la cura de’ mortali,
oggi porrà in pace le tue fami».
parole usò; e mai non furo strenne
che fosser di piacere a queste iguali.
de l’esser sù, ch’ad ogne passo poi
al volo mi sentia crescer le penne.
fu corsa e fummo in su ’l grado superno,
in me ficcò Virgilio li occhi suoi,
veduto hai, figlio; e se’ venuto in parte
dov’ io per me più oltre non discerno.
lo tuo piacere omai prendi per duce;
fuor se’ de l’erte vie, fuor se’ de l’arte.
vedi l’erbette, i fiori e li arbuscelli
che qui la terra sol da sé produce.
che, lagrimando, a te venir mi fenno,
seder ti puoi e puoi andar tra elli.
libero, dritto e sano è tuo arbitrio,
e fallo fora non fare a suo senno:Purgatorio
Canto XXVIII
la divina foresta spessa e viva,
ch’a li occhi temperava il novo giorno,
prendendo la campagna lento lento
su per lo suol che d’ogne parte auliva.
avere in sé, mi feria per la fronte
non di più colpo che soave vento;
tutte quante piegavano a la parte
u’ la prim’ ombra gitta il santo monte;
tanto, che li augelletti per le cime
lasciasser d’operare ogne lor arte;
cantando, ricevieno intra le foglie,
che tenevan bordone a le sue rime,
per la pineta in su ’l lito di Chiassi,
quand’ Ëolo scilocco fuor discioglie.
dentro a la selva antica tanto, ch’io
non potea rivedere ond’ io mi ’ntrassi;
che ’nver’ sinistra con sue picciole onde
piegava l’erba che ’n sua ripa uscìo.
parrieno avere in sé mistura alcuna
verso di quella, che nulla nasconde,
sotto l’ombra perpetüa, che mai
raggiar non lascia sole ivi né luna.
di là dal fiumicello, per mirare
la gran varïazion d’i freschi mai;
subitamente cosa che disvia
per maraviglia tutto altro pensare,
e cantando e scegliendo fior da fiore
ond’ era pinta tutta la sua via.
ti scaldi, s’i’ vo’ credere a’ sembianti
che soglion esser testimon del core,
diss’ io a lei, «verso questa rivera,
tanto ch’io possa intender che tu canti.
Proserpina nel tempo che perdette
la madre lei, ed ella primavera».
a terra e intra sé, donna che balli,
e piede innanzi piede a pena mette,
fioretti verso me, non altrimenti
che vergine che li occhi onesti avvalli;
sì appressando sé, che ’l dolce suono
veniva a me co’ suoi intendimenti.
bagnate già da l’onde del bel fiume,
di levar li occhi suoi mi fece dono.
sotto le ciglia a Venere, trafitta
dal figlio fuor di tutto suo costume.
trattando più color con le sue mani,
che l’alta terra sanza seme gitta.
ma Elesponto, là ’ve passò Serse,
ancora freno a tutti orgogli umani,
per mareggiare intra Sesto e Abido,
che quel da me perch’ allor non s’aperse.
cominciò ella, «in questo luogo eletto
a l’umana natura per suo nido,
ma luce rende il salmo Delectasti,
che puote disnebbiar vostro intelletto.
dì s’altro vuoli udir; ch’i’ venni presta
ad ogne tua question tanto che basti».
impugnan dentro a me novella fede
di cosa ch’io udi’ contraria a questa».
per sua cagion ciò ch’ammirar ti face,
e purgherò la nebbia che ti fiede.
fé l’uom buono e a bene, e questo loco
diede per arr’ a lui d’etterna pace.
per sua difalta in pianto e in affanno
cambiò onesto riso e dolce gioco.
l’essalazion de l’acqua e de la terra,
che quanto posson dietro al calor vanno,
questo monte salìo verso ’l ciel tanto,
e libero n’è d’indi ove si serra.
l’aere si volge con la prima volta,
se non li è rotto il cerchio d’alcun canto,
ne l’aere vivo, tal moto percuote,
e fa sonar la selva perch’ è folta;
che de la sua virtute l’aura impregna
e quella poi, girando, intorno scuote;
per sé e per suo ciel, concepe e figlia
di diverse virtù diverse legna.
udito questo, quando alcuna pianta
sanza seme palese vi s’appiglia.
dove tu se’, d’ogne semenza è piena,
e frutto ha in sé che di là non si schianta.
che ristori vapor che gel converta,
come fiume ch’acquista e perde lena;
che tanto dal voler di Dio riprende,
quant’ ella versa da due parti aperta.
che toglie altrui memoria del peccato;
da l’altra d’ogne ben fatto la rende.
Eünoè si chiama, e non adopra
se quinci e quindi pria non è gustato:
E avvegna ch’assai possa esser sazia
la sete tua perch’ io più non ti scuopra,
né credo che ’l mio dir ti sia men caro,
se oltre promession teco si spazia.
l’età de l’oro e suo stato felice,
forse in Parnaso esto loco sognaro.
qui primavera sempre e ogne frutto;
nettare è questo di che ciascun dice».
a’ miei poeti, e vidi che con riso
udito avëan l’ultimo costrutto;Purgatorio
Canto XXIX
continüò col fin di sue parole:
‘Beati quorum tecta sunt peccata!’.
per le salvatiche ombre, disïando
qual di veder, qual di fuggir lo sole,
su per la riva; e io pari di lei,
picciol passo con picciol seguitando.
quando le ripe igualmente dier volta,
per modo ch’a levante mi rendei.
quando la donna tutta a me si torse,
dicendo: «Frate mio, guarda e ascolta».
da tutte parti per la gran foresta,
tal che di balenar mi mise in forse.
e quel, durando, più e più splendeva,
nel mio pensier dicea: ‘Che cosa è questa?’.
per l’aere luminoso; onde buon zelo
mi fé riprender l’ardimento d’Eva,
femmina, sola e pur testé formata,
non sofferse di star sotto alcun velo;
avrei quelle ineffabili delizie
sentite prima e più lunga fïata.
de l’etterno piacer tutto sospeso,
e disïoso ancora a più letizie,
ci si fé l’aere sotto i verdi rami;
e ’l dolce suon per canti era già inteso.
freddi o vigilie mai per voi soffersi,
cagion mi sprona ch’io mercé vi chiami.
e Uranìe m’aiuti col suo coro
forti cose a pensar mettere in versi.
falsava nel parere il lungo tratto
del mezzo ch’era ancor tra noi e loro;
che l’obietto comun, che ’l senso inganna,
non perdea per distanza alcun suo atto,
sì com’ elli eran candelabri apprese,
e ne le voci del cantare ‘Osanna’.
più chiaro assai che luna per sereno
di mezza notte nel suo mezzo mese.
al buon Virgilio, ed esso mi rispuose
con vista carca di stupor non meno.
che si movieno incontr’ a noi sì tardi,
che foran vinte da novelle spose.
sì ne l’affetto de le vive luci,
e ciò che vien di retro a lor non guardi?».
venire appresso, vestite di bianco;
e tal candor di qua già mai non fuci.
e rendea me la mia sinistra costa,
s’io riguardava in lei, come specchio anco.
che solo il fiume mi facea distante,
per veder meglio ai passi diedi sosta,
lasciando dietro a sé l’aere dipinto,
e di tratti pennelli avean sembiante;
di sette liste, tutte in quei colori
onde fa l’arco il Sole e Delia il cinto.
che la mia vista; e, quanto a mio avviso,
diece passi distavan quei di fori.
ventiquattro seniori, a due a due,
coronati venien di fiordaliso.
ne le figlie d’Adamo, e benedette
sieno in etterno le bellezze tue!».
a rimpetto di me da l’altra sponda
libere fuor da quelle genti elette,
vennero appresso lor quattro animali,
coronati ciascun di verde fronda.
le penne piene d’occhi; e li occhi d’Argo,
se fosser vivi, sarebber cotali.
rime, lettor; ch’altra spesa mi strigne,
tanto ch’a questa non posso esser largo;
come li vide da la fredda parte
venir con vento e con nube e con igne;
tali eran quivi, salvo ch’a le penne
Giovanni è meco e da lui si diparte.
un carro, in su due rote, trïunfale,
ch’al collo d’un grifon tirato venne.
tra la mezzana e le tre e tre liste,
sì ch’a nulla, fendendo, facea male.
le membra d’oro avea quant’ era uccello,
e bianche l’altre, di vermiglio miste.
rallegrasse Affricano, o vero Augusto,
ma quel del Sol saria pover con ello;
per l’orazion de la Terra devota,
quando fu Giove arcanamente giusto.
venian danzando; l’una tanto rossa
ch’a pena fora dentro al foco nota;
fossero state di smeraldo fatte;
la terza parea neve testé mossa;
or da la rossa; e dal canto di questa
l’altre toglien l’andare e tarde e ratte.
in porpore vestite, dietro al modo
d’una di lor ch’avea tre occhi in testa.
vidi due vecchi in abito dispari,
ma pari in atto e onesto e sodo.
di quel sommo Ipocràte che natura
a li animali fé ch’ell’ ha più cari;
con una spada lucida e aguta,
tal che di qua dal rio mi fé paura.
e di retro da tutti un vecchio solo
venir, dormendo, con la faccia arguta.
erano abitüati, ma di gigli
dintorno al capo non facëan brolo,
giurato avria poco lontano aspetto
che tutti ardesser di sopra da’ cigli.
un tuon s’udì, e quelle genti degne
parvero aver l’andar più interdetto,Purgatorio
Canto XXX
che né occaso mai seppe né orto
né d’altra nebbia che di colpa velo,
di suo dover, come ’l più basso face
qual temon gira per venire a porto,
venuta prima tra ’l grifone ed esso,
al carro volse sé come a sua pace;
‘Veni, sponsa, de Libano’ cantando
gridò tre volte, e tutti li altri appresso.
surgeran presti ognun di sua caverna,
la revestita voce alleluiando,
si levar cento, ad vocem tanti senis,
ministri e messaggier di vita etterna.
e fior gittando e di sopra e dintorno,
‘Manibus, oh, date lilïa plenis!’.
la parte orïental tutta rosata,
e l’altro ciel di bel sereno addorno;
sì che per temperanza di vapori
l’occhio la sostenea lunga fïata:
che da le mani angeliche saliva
e ricadeva in giù dentro e di fori,
donna m’apparve, sotto verde manto
vestita di color di fiamma viva.
tempo era stato ch’a la sua presenza
non era di stupor, tremando, affranto,
per occulta virtù che da lei mosse,
d’antico amor sentì la gran potenza.
l’alta virtù che già m’avea trafitto
prima ch’io fuor di püerizia fosse,
col quale il fantolin corre a la mamma
quando ha paura o quando elli è afflitto,
di sangue m’è rimaso che non tremi:
conosco i segni de l’antica fiamma’.
di sé, Virgilio dolcissimo patre,
Virgilio a cui per mia salute die’mi;
valse a le guance nette di rugiada,
che, lagrimando, non tornasser atre.
non pianger anco, non piangere ancora;
ché pianger ti conven per altra spada».
viene a veder la gente che ministra
per li altri legni, e a ben far l’incora;
quando mi volsi al suon del nome mio,
che di necessità qui si registra,
velata sotto l’angelica festa,
drizzar li occhi ver’ me di qua dal rio.
cerchiato de le fronde di Minerva,
non la lasciasse parer manifesta,
continüò come colui che dice
e ’l più caldo parlar dietro reserva:
Come degnasti d’accedere al monte?
non sapei tu che qui è l’uom felice?».
ma veggendomi in esso, i trassi a l’erba,
tanta vergogna mi gravò la fronte.
com’ ella parve a me; perché d’amaro
sente il sapor de la pietade acerba.
di sùbito ‘In te, Domine, speravi’;
ma oltre ‘pedes meos’ non passaro.
per lo dosso d’Italia si congela,
soffiata e stretta da li venti schiavi,
pur che la terra che perde ombra spiri,
sì che par foco fonder la candela;
anzi ’l cantar di quei che notan sempre
dietro a le note de li etterni giri;
lor compatire a me, par che se detto
avesser: ‘Donna, perché sì lo stempre?’,
spirito e acqua fessi, e con angoscia
de la bocca e de li occhi uscì del petto.
del carro stando, a le sustanze pie
volse le sue parole così poscia:
sì che notte né sonno a voi non fura
passo che faccia il secol per sue vie;
che m’intenda colui che di là piagne,
perché sia colpa e duol d’una misura.
che drizzan ciascun seme ad alcun fine
secondo che le stelle son compagne,
che sì alti vapori hanno a lor piova,
che nostre viste là non van vicine,
virtüalmente, ch’ogne abito destro
fatto averebbe in lui mirabil prova.
si fa ’l terren col mal seme e non cólto,
quant’ elli ha più di buon vigor terrestro.
mostrando li occhi giovanetti a lui,
meco il menava in dritta parte vòlto.
di mia seconda etade e mutai vita,
questi si tolse a me, e diessi altrui.
e bellezza e virtù cresciuta m’era,
fu’ io a lui men cara e men gradita;
imagini di ben seguendo false,
che nulla promession rendono intera.
con le quali e in sogno e altrimenti
lo rivocai: sì poco a lui ne calse!
a la salute sua eran già corti,
fuor che mostrarli le perdute genti.
e a colui che l’ha qua sù condotto,
li prieghi miei, piangendo, furon porti.
se Letè si passasse e tal vivanda
fosse gustata sanza alcuno scottoPurgatorio
Canto XXXI
volgendo suo parlare a me per punta,
che pur per taglio m’era paruto acro,
«dì, dì se questo è vero: a tanta accusa
tua confession conviene esser congiunta».
che la voce si mosse, e pria si spense
che da li organi suoi fosse dischiusa.
Rispondi a me; ché le memorie triste
in te non sono ancor da l’acqua offense».
mi pinsero un tal «sì» fuor de la bocca,
al quale intender fuor mestier le viste.
da troppa tesa, la sua corda e l’arco,
e con men foga l’asta il segno tocca,
fuori sgorgando lagrime e sospiri,
e la voce allentò per lo suo varco.
che ti menavano ad amar lo bene
di là dal qual non è a che s’aspiri,
trovasti, per che del passare innanzi
dovessiti così spogliar la spene?
ne la fronte de li altri si mostraro,
per che dovessi lor passeggiare anzi?».
a pena ebbi la voce che rispuose,
e le labbra a fatica la formaro.
col falso lor piacer volser miei passi,
tosto che ’l vostro viso si nascose».
ciò che confessi, non fora men nota
la colpa tua: da tal giudice sassi!
l’accusa del peccato, in nostra corte
rivolge sé contra ’l taglio la rota.
del tuo errore, e perché altra volta,
udendo le serene, sie più forte,
sì udirai come in contraria parte
mover dovieti mia carne sepolta.
piacer, quanto le belle membra in ch’io
rinchiusa fui, e che so’ ’n terra sparte;
per la mia morte, qual cosa mortale
dovea poi trarre te nel suo disio?
de le cose fallaci, levar suso
di retro a me che non era più tale.
ad aspettar più colpo, o pargoletta
o altra novità con sì breve uso.
ma dinanzi da li occhi d’i pennuti
rete si spiega indarno o si saetta».
con li occhi a terra stannosi, ascoltando
e sé riconoscendo e ripentuti,
per udir se’ dolente, alza la barba,
e prenderai più doglia riguardando».
robusto cerro, o vero al nostral vento
o vero a quel de la terra di Iarba,
e quando per la barba il viso chiese,
ben conobbi il velen de l’argomento.
posarsi quelle prime creature
da loro aspersïon l’occhio comprese;
vider Beatrice volta in su la fiera
ch’è sola una persona in due nature.
vincer pariemi più sé stessa antica,
vincer che l’altre qui, quand’ ella c’era.
che di tutte altre cose qual mi torse
più nel suo amor, più mi si fé nemica.
ch’io caddi vinto; e quale allora femmi,
salsi colei che la cagion mi porse.
la donna ch’io avea trovata sola
sopra me vidi, e dicea: «Tiemmi, tiemmi!».
e tirandosi me dietro sen giva
sovresso l’acqua lieve come scola.
‘Asperges me’ sì dolcemente udissi,
che nol so rimembrar, non ch’io lo scriva.
abbracciommi la testa e mi sommerse
ove convenne ch’io l’acqua inghiottissi.
dentro a la danza de le quattro belle;
e ciascuna del braccio mi coperse.
pria che Beatrice discendesse al mondo,
fummo ordinate a lei per sue ancelle.
lume ch’è dentro aguzzeranno i tuoi
le tre di là, che miran più profondo».
al petto del grifon seco menarmi,
ove Beatrice stava volta a noi.
posto t’avem dinanzi a li smeraldi
ond’ Amor già ti trasse le sue armi».
strinsermi li occhi a li occhi rilucenti,
che pur sopra ’l grifone stavan saldi.
la doppia fiera dentro vi raggiava,
or con altri, or con altri reggimenti.
quando vedea la cosa in sé star queta,
e ne l’idolo suo si trasmutava.
l’anima mia gustava di quel cibo
che, saziando di sé, di sé asseta,
ne li atti, l’altre tre si fero avanti,
danzando al loro angelico caribo.
era la sua canzone, «al tuo fedele
che, per vederti, ha mossi passi tanti!
a lui la bocca tua, sì che discerna
la seconda bellezza che tu cele».
chi palido si fece sotto l’ombra
sì di Parnaso, o bevve in sua cisterna,
tentando a render te qual tu paresti
là dove armonizzando il ciel t’adombra,Purgatorio
Canto XXXII
a disbramarsi la decenne sete,
che li altri sensi m’eran tutti spenti.
di non caler—così lo santo riso
a sé traéli con l’antica rete!—;
ver’ la sinistra mia da quelle dee,
perch’ io udi’ da loro un «Troppo fiso!»;
ne li occhi pur testé dal sol percossi,
sanza la vista alquanto esser mi fée.
(e dico ‘al poco’ per rispetto al molto
sensibile onde a forza mi rimossi),
lo glorïoso essercito, e tornarsi
col sole e con le sette fiamme al volto.
volgesi schiera, e sé gira col segno,
prima che possa tutta in sé mutarsi;
che procedeva, tutta trapassonne
pria che piegasse il carro il primo legno.
e ’l grifon mosse il benedetto carco
sì, che però nulla penna crollonne.
e Stazio e io seguitavam la rota
che fé l’orbita sua con minore arco.
colpa di quella ch’al serpente crese,
temprava i passi un’angelica nota.
disfrenata saetta, quanto eramo
rimossi, quando Bëatrice scese.
poi cerchiaro una pianta dispogliata
di foglie e d’altra fronda in ciascun ramo.
più quanto più è sù, fora da l’Indi
ne’ boschi lor per altezza ammirata.
col becco d’esto legno dolce al gusto,
poscia che mal si torce il ventre quindi».
gridaron li altri; e l’animal binato:
«Sì si conserva il seme d’ogne giusto».
trasselo al piè de la vedova frasca,
e quel di lei a lei lasciò legato.
giù la gran luce mischiata con quella
che raggia dietro a la celeste lasca,
di suo color ciascuna, pria che ’l sole
giunga li suoi corsier sotto altra stella;
colore aprendo, s’innovò la pianta,
che prima avea le ramora sì sole.
l’inno che quella gente allor cantaro,
né la nota soffersi tutta quanta.
li occhi spietati udendo di Siringa,
li occhi a cui pur vegghiar costò sì caro;
disegnerei com’ io m’addormentai;
ma qual vuol sia che l’assonnar ben finga.
e dico ch’un splendor mi squarciò ’l velo
del sonno, e un chiamar: «Surgi: che fai?».
che del suo pome li angeli fa ghiotti
e perpetüe nozze fa nel cielo,
e vinti, ritornaro a la parola
da la qual furon maggior sonni rotti,
così di Moïsè come d’Elia,
e al maestro suo cangiata stola;
sovra me starsi che conducitrice
fu de’ miei passi lungo ’l fiume pria.
Ond’ ella: «Vedi lei sotto la fronda
nova sedere in su la sua radice.
li altri dopo ’l grifon sen vanno suso
con più dolce canzone e più profonda».
non so, però che già ne li occhi m’era
quella ch’ad altro intender m’avea chiuso.
come guardia lasciata lì del plaustro
che legar vidi a la biforme fera.
le sette ninfe, con quei lumi in mano
che son sicuri d’Aquilone e d’Austro.
e sarai meco sanza fine cive
di quella Roma onde Cristo è romano.
al carro tieni or li occhi, e quel che vedi,
ritornato di là, fa che tu scrive».
d’i suoi comandamenti era divoto,
la mente e li occhi ov’ ella volle diedi.
foco di spessa nube, quando piove
da quel confine che più va remoto,
per l’alber giù, rompendo de la scorza,
non che d’i fiori e de le foglie nove;
ond’ el piegò come nave in fortuna,
vinta da l’onda, or da poggia, or da orza.
del trïunfal veiculo una volpe
che d’ogne pasto buon parea digiuna;
la donna mia la volse in tanta futa
quanto sofferser l’ossa sanza polpe.
l’aguglia vidi scender giù ne l’arca
del carro e lasciar lei di sé pennuta;
tal voce uscì del cielo e cotal disse:
«O navicella mia, com’ mal se’ carca!».
tr’ambo le ruote, e vidi uscirne un drago
che per lo carro sù la coda fisse;
a sé traendo la coda maligna,
trasse del fondo, e gissen vago vago.
vivace terra, da la piuma, offerta
forse con intenzion sana e benigna,
e l’una e l’altra rota e ’l temo, in tanto
che più tiene un sospir la bocca aperta.
mise fuor teste per le parti sue,
tre sovra ’l temo e una in ciascun canto.
ma le quattro un sol corno avean per fronte:
simile mostro visto ancor non fue.
seder sovresso una puttana sciolta
m’apparve con le ciglia intorno pronte;
vidi di costa a lei dritto un gigante;
e basciavansi insieme alcuna volta.
a me rivolse, quel feroce drudo
la flagellò dal capo infin le piante;
disciolse il mostro, e trassel per la selva,
tanto che sol di lei mi fece scudoPurgatorio
Canto XXXIII
or tre or quattro dolce salmodia,
le donne incominciaro, e lagrimando;
quelle ascoltava sì fatta, che poco
più a la croce si cambiò Maria.
a lei di dir, levata dritta in pè,
rispuose, colorata come foco:
et iterum, sorelle mie dilette,
modicum, et vos videbitis me’.
e dopo sé, solo accennando, mosse
me e la donna e ’l savio che ristette.
lo decimo suo passo in terra posto,
quando con li occhi li occhi mi percosse;
mi disse, «tanto che, s’io parlo teco,
ad ascoltarmi tu sie ben disposto».
dissemi: «Frate, perché non t’attenti
a domandarmi omai venendo meco?».
dinanzi a suo maggior parlando sono,
che non traggon la voce viva ai denti,
incominciai: «Madonna, mia bisogna
voi conoscete, e ciò ch’ad essa è buono».
voglio che tu omai ti disviluppe,
sì che non parli più com’ om che sogna.
fu e non è; ma chi n’ha colpa, creda
che vendetta di Dio non teme suppe.
l’aguglia che lasciò le penne al carro,
per che divenne mostro e poscia preda;
a darne tempo già stelle propinque,
secure d’ogn’ intoppo e d’ogne sbarro,
messo di Dio, anciderà la fuia
con quel gigante che con lei delinque.
qual Temi e Sfinge, men ti persuade,
perch’ a lor modo lo ’ntelletto attuia;
che solveranno questo enigma forte
sanza danno di pecore o di biade.
così queste parole segna a’ vivi
del viver ch’è un correre a la morte.
di non celar qual hai vista la pianta
ch’è or due volte dirubata quivi.
con bestemmia di fatto offende a Dio,
che solo a l’uso suo la creò santa.
cinquemilia anni e più l’anima prima
bramò colui che ’l morso in sé punio.
per singular cagione esser eccelsa
lei tanto e sì travolta ne la cima.
li pensier vani intorno a la tua mente,
e ’l piacer loro un Piramo a la gelsa,
la giustizia di Dio, ne l’interdetto,
conosceresti a l’arbor moralmente.
fatto di pietra e, impetrato, tinto,
sì che t’abbaglia il lume del mio detto,
che ’l te ne porti dentro a te per quello
che si reca il bordon di palma cinto».
che la figura impressa non trasmuta,
segnato è or da voi lo mio cervello.
vostra parola disïata vola,
che più la perde quanto più s’aiuta?».
c’hai seguitata, e veggi sua dottrina
come può seguitar la mia parola;
distar cotanto, quanto si discorda
da terra il ciel che più alto festina».
ch’i’ stranïasse me già mai da voi,
né honne coscïenza che rimorda».
sorridendo rispuose, «or ti rammenta
come bevesti di Letè ancoi;
cotesta oblivïon chiaro conchiude
colpa ne la tua voglia altrove attenta.
le mie parole, quanto converrassi
quelle scovrire a la tua vista rude».
teneva il sole il cerchio di merigge,
che qua e là, come li aspetti, fassi,
chi va dinanzi a gente per iscorta
se trova novitate o sue vestigge,
qual sotto foglie verdi e rami nigri
sovra suoi freddi rivi l’alpe porta.
veder mi parve uscir d’una fontana,
e, quasi amici, dipartirsi pigri.
che acqua è questa che qui si dispiega
da un principio e sé da sé lontana?».
Matelda che ’l ti dica». E qui rispuose,
come fa chi da colpa si dislega,
dette li son per me; e son sicura
che l’acqua di Letè non gliel nascose».
che spesse volte la memoria priva,
fatt’ ha la mente sua ne li occhi oscura.
menalo ad esso, e come tu se’ usa,
la tramortita sua virtù ravviva».
ma fa sua voglia de la voglia altrui
tosto che è per segno fuor dischiusa;
la bella donna mossesi, e a Stazio
donnescamente disse: «Vien con lui».
da scrivere, i’ pur cantere’ in parte
lo dolce ber che mai non m’avria sazio;
ordite a questa cantica seconda,
non mi lascia più ir lo fren de l’arte.
rifatto sì come piante novelle
rinovellate di novella fronda,
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